• on maggio 13, 2021

Don Manuel Barrios (Comece), “nel processo di ripresa, nessuno deve essere lasciato indietro”

Don Manuel Barrios Prieto (Photo SIR/Comece)

“Mi è piaciuto molto il riferimento che la presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen, ha fatto nei giorni scorsi al motto di don Milani, “I care”. Avere cura dei giovani perché possano pensare al loro futuro. Avere cura delle fasce più vulnerabili delle società perché nessuno sia lasciato indietro. Avere cura delle regioni più povere che sono ai nostri confini europei, perché non è più pensabile credere di potercela fare da soli. Avere cura dell’ambiente. Questo è il senso dell’Europa”. A parlare è don Manuel Barrios Prieto, segretario generale della Comece, la Commissione degli episcopati dell’Unione europea. Il Sir lo ha intervistato a poche ore dall’incontro che i rappresentanti delle Chiese europee hanno avuto mercoledì 12 maggio a Lisbona con Augusto Santos Silva, ministro portoghese degli Affari esteri per “un dialogo sulle priorità della Presidenza portoghese del Consiglio dell’Unione europea”. A guidare la delegazione ecumenica c’erano il cardinale Jean-Claude Hollerich presidente della Comece e il Rev. Christian Krieger, presidente della Cec. Altri, in linea con le misure precauzionali anti-Covid, hanno partecipato in videoconferenza. “Il clima era molto buono”, dice subito don Barrios. “La riunione è durata più del previsto ed abbiamo potuto entrare nei dettagli e in profondità nei temi che stanno a cuore alle Chiese”.

Domenica 9 maggio si è aperta la Conferenza sul futuro dell’Europa. Quale auspicio avete formulato?

Scopo della conferenza è ripensare il futuro dell’Europa. La speranza è che funzioni ma per funzionare, non deve essere un incontro di persone che parlano a se stesse, l’ennesima iniziativa interna alle istituzioni, una formalità. Deve dare prova di saper ascoltare veramente la voce della società civile e dentro la società civile ci sono i cristiani. Abbiamo chiesto di essere presenti come Chiese. Ci siamo impegnati a lavorare.

In che modo?

Come Chiesa cattolica, abbiamo convocato una riunione di giovani di tutte le Conferenze episcopali europee. Una “Catholic Youth Convention” che avrà luogo a giugno per dare la parola ai giovani. Il futuro è loro ed hanno quindi tutto il diritto di dirci oggi quale Europa vogliono. La Convention si svolgerà online il 3, il 10 e il 17 giugno. Si ascolteranno esperti delle istituzioni europee. Poi i giovani divisi in gruppi discuteranno tra loro su alcuni temi che abbiamo proposto come la democrazia, i valori, l’Europa sociale, la transizione ecologica. Ciò che poi emergerà da questa convention verrà offerto come contributo alla Conferenza sul futuro d’Europa.

Altro tema affrontato con la presidenza portoghese sono le migrazioni. Con l’arrivo della buona stagione, sono ricominciati gli sbarchi a Lampedusa. Voi, come Chiese, come vi state muovendo?

È un tema cruciale che sta a cuore a tutta la Chiesa in Europa. È anche un tema complesso. Dando risposte semplici, si rischia facilmente di cadere nei populismi o in false soluzioni. A livello di Unione Europea, si parte da una proposta fatta dalla Commissione Europa a settembre, il “New Pact on Migration and Asylum”, un’iniziativa legislativa molto complessa che si prefigge di andare oltre la Convenzione di Dublino che presenta evidenti problemi come il carico sui Paesi di arrivo. Noi, alla Comece, attraverso un gruppo di esperti delle Conferenze episcopali dell’Ue, abbiamo studiato a fondo questa proposta ed abbiamo individuato alcuni temi tecnici presenti in questo Patto che vanno rivisti con attenzione, a partire dalle procedure che si eseguono al primo screening dei migranti che arrivano, fino al meccanismo di solidarietà tra gli Stati che non è molto chiaro. Come Chiesa, quello che ci sta a cuore sono i principi base della dignità di ogni essere umano, la chiamata alla fraternità, la saggezza degli Stati non solo per accogliere ma anche integrare e accompagnare queste persone.

In mare purtroppo si continua a morire. Anche voi avete l’impressione che di fronte alle scene di naufragio, c’è un rischio indifferenza in Europa?

Si, anche il nostro presidente card. Hollerich ha usato parole molto forti. Si ha l’impressione di un’Europa che si sta dimenticando i suoi valori e su questo punto credo che dobbiamo insistere e chiederci in cosa consiste oggi l’identità cristiana dell’Europa.

L’Europa sta uscendo dalla pandemia e gli effetti purtroppo si stanno sentendo soprattutto a livello economico. Quali i punti cardine per una ripresa equa?

Quello che noi diciamo sempre è che nessuno deve essere lasciato indietro, che bisogna puntare sulle nuove generazioni e accompagnare le transizioni in atto in Europa. C’è la transizione demografica che non vuol dire solamente che la popolazione sta invecchiando ma anche che intere regioni rurali si stanno spopolando. C’è poi una transizione ecologica che va assolutamente favorita perché siamo forse già arrivati ad un punto di non ritorno. C’è una transizione sociale fatta di perdite di posti di lavoro e settori economici che si sono rallentati. Sono processi che vanno accompagnati perché non si creino ingiustizie nuove. Le ingiustizie si generano quando solo alcuni hanno accesso alle nuove opportunità e altri no. Quello che chiediamo è che nel processo di ripresa, non sia scartato nessuno, come direbbe il Papa. Non dimentichiamoci poi che l’Europa ha una missione verso tutto il mondo. Non dobbiamo pensare che l’Europa ce la possa fare da sola e senza avere cura del mondo, a partire dalle Regioni che sono ai nostri confini e che sono in difficoltà.

Alla luce di ciò che non siamo stati nel passato, quale Europa nuova dovrà nascere nell’era post-pandemica?

L’augurio è proprio quello di non immaginarci a poter tornare come eravamo prima ma a guardare e costruire un futuro migliore, più fraterno, più solidale, più sociale, più di cura verso l’ambiente. Da questa pandemia, possiamo e dobbiamo uscire migliori.