• on maggio 20, 2021

Don Davide Banzato: “Dio ha un progetto su ciascuno, ma vuole scriverlo con noi”

Quando un racconto di vita si fa testimonianza e l’esperienza del singolo diviene filigrana della presenza di Dio. Si può sintetizzare così “Tutto ma prete mai”, il nuovo libro, in uscita per Piemme, di don Davide Banzato, sacerdote padovano e assistente spirituale generale della Comunità Nuovi Orizzonti. Una narrazione intima e sincera, fatta di amore, domande e ribellione, di scelte animate da una fede sofferta e insieme capace di gioia grande. Un’esperienza “normale”, in cui non mancano riferimenti alla cultura pop che a molti possono “sbloccare un ricordo”. Una normalità ben raccontata e, soprattutto, tempestata di luci, “polvere di stelle” le definisce l’autore, che tracciano una via. Dopo esperienze missionarie anche all’estero, oggi vive nella sede di Nuovi Orizzonti a Frosinone, si occupa di disagio giovanile, collabora con dicasteri vaticani e con giornali, radio e tv. Singolare è la genesi del libro. “Non pensavo di scrivere per il pubblico – racconta don Banzato al Sir – Cinque anni fa, durante un percorso di Spiritheraphy (un cammino di crescita umana e spirituale seguito da migliaia di persone in tutto il mondo), Chiara Amirante chiese di pensare a cinque cose che avremmo fatto se ci fosse rimasto un anno di vita e propose di sceglierne una. Io ho iniziato a raccontarmi, in un esercizio di scrittura durato quattro anni. Quando Piemme mi ha proposto di scrivere un libro, mi sono messo in gioco con una confessione in cui mi metto a nudo”.

Nel libro usa l’immagine delle sliding doors. C’è un “treno che ha preso” e le ha cambiato la vita?
L’incontro con Chiara Amirante, a quattordici anni, nella sede estiva del seminario minore a Borca di Cadore. Andai controvoglia all’incontro con quella consacrata laica, perché perdevo l’uscita serale in cui mangiare un gelato o incontrare qualche ragazza. Lo sguardo luminoso e le parole autentiche di Chiara mi misero in crisi. Mi resi conto che, da seminarista, Dio lo studiavo ma non lo avevo incontrato. Quell’incontro si sarebbe realizzato quattro anni dopo, quando andai a vivere in comunità, dopo una fase di ribellione nei confronti di Dio e della Chiesa.

Tutto ma prete mai recita il titolo provocatorio del libro: se non fosse diventato prete, cosa avrebbe fatto nella vita?
Avevo tanti sogni: dall’ingegneria informatica alla psicologia, fino all’arte perché disegno fumetti; dallo sport – praticavo calcio e judo a livelli alti – all’inserimento nell’azienda di famiglia. Di sicuro, volevo spendermi per qualcosa di importante. Pensavo alla missione, ma non come sacerdote. Da qui, la frase pronunciata uscendo dal seminario minore.

Tre motivi, dopo quasi quindici anni di sacerdozio, per non farsi prete?
Non puoi farti prete se non senti che è Dio a chiederlo: sarebbe come sposare donna che non ami. Poi, è deleterio fare una scelta come rifugio. Peggio ancora, per carriera.

Il termine “vocazione” è centrale nella sua storia e gioca a scomporlo e ricomporlo nel testo. Però parla anche di “destino”. Che significato hanno queste parole?
Sono molto legate. Anche la predestinazione è una categoria teologica.

Dio ha un progetto su ciascuno, ma vuole scriverlo con noi.

Siamo liberi, nessuno è violentato dall’amore di Dio. C’è un mosaico stupendo per ognuno – altra immagine di Chiara Amirante – in cui ogni giorno dobbiamo inserire un tassello al posto giusto, realizzando la nostra vocazione.

Nel libro racconta di un’infanzia serena. Come riesce a comprendere i drammi delle persone che segue?
In vent’anni, ho raccolto lacrime e storie infernali e imparagonabili a quelle vissute da me. D’altra parte, anche io ho vissuto strappi e tradimenti importanti e non bisogna per forza aver fatto tutte le esperienze per accogliere il dolore del fratello. Bisogna aprire il cuore e farsi non maestri ma compagni di viaggio. La chiave scelta da Gesù è dare la vita per gli amici. Questo mi salva e mi aiuta ad essere amico di ogni persona che seguo.