• on Novembre 23, 2022

Discernimento, per cavalcare l’inquietudine

Anche nella catechesi di settimana scorsa il Papa è tornato a parlare della desolazione come uno degli stati in cui si attua il discernimento. Sembra proprio di poter cogliere, da questo suo soffermarsi sul tema, la reminiscenza autobiografica di quando, negli anni di deserto che dovette affrontare a Cordoba, riuscì a trasformare l’aridità di quel periodo di isolamento nella sorgente feconda di un nuovo modo di intendere la vita e il ministero: la desolazione del misconoscimento da parte dei confratelli, dell’isolamento, come occasione di maturazione di una nuova visione della vita e della missione.

“Abbiamo visto come sia importante leggere ciò che si muove dentro di noi, per non prendere decisioni affrettate, sull’onda dell’emozione del momento, salvo poi pentircene quando ormai è troppo tardi. Cioè leggere cosa succede e poi prendere le decisioni. In questo senso, anche lo stato spirituale che chiamiamo desolazione, quando nel cuore è tutto buio, è triste, questo stato della desolazione può essere occasione di crescita. Infatti, se non c’è un po’ di insoddisfazione, un po’ di tristezza salutare, una sana capacità di abitare nella solitudine e di stare con noi stessi senza fuggire, rischiamo di rimanere sempre alla superficie delle cose e non prendere mai contatto con il centro della nostra esistenza”.

Già notavamo nel precedente articolo a riguardo che questo discorso non può non disturbare l’uomo contemporaneo, l’uomo dalla continua ricerca di evasioni, l’uomo che identifica in modo assoluto il disagio con il male, e il comfort con il bene. Come un altro grande gesuita scrive: “Oggi, sotto un grande influsso della psicologia, nella formazione spirituale si rischia di insabbiare l’arte del discernimento, dal momento che si evita il combattimento spirituale e, non appena la persona comincia a star male, a non sentirsi bene, si è subito pronti con vari mezzi psicologici per aiutarla a uscirne fuori, a sentirsi meglio. C’è sempre qualcuno che si preoccupa di come aiutarla a non sentirsi male. Gli si fa cambiare il ritmo di lavoro, l’ambiente, le persone intorno ecc. Ma questo significa azzerare la possibilità di una lettura spirituale della giornata, della storia, della vita stessa. Invece, è molto più importante cominciare a vedere quali sono i pensieri che vengono in questi stati d’animo, dove orientano. Si può così scoprire, con grosse sorprese, che un certo stato d’animo di disagio, di tristezza, di inquietudine, è suscitato dall’azione dello Spirito Santo”. (M.I. Rupnik, Il discernimento).

Sulla scia della nostra provenienza animale, dovremmo capire una volta per tutte che mentre il piacere tenderà sempre ad acquietarci, perché in fondo è la mèta della nostra carne, è l’esperienza dell’inquietudine che ci attiva, ci mette in moto, ci induce a porci delle domande – oltre a renderci consapevoli della nostra povera creaturalità, nell’esperienza del nostro limite.

D’altronde, in questa povertà è anche la nostra grandezza, perché la persona che rimane fedele a se stessa e alle sue scelte nonostante l’assenza di gratificazioni di riscontro, dimostra di essere più della sua carne, e sperimenta che la sua forza, tutta interiore, è fondata su un Altro: “La desolazione è anche un invito alla gratuità, a non agire sempre e solo in vista di una gratificazione emotiva. Essere desolati ci offre la possibilità di crescere, di iniziare una relazione più matura, più bella, con il Signore e con le persone care, una relazione che non si riduca a un mero scambio di dare e avere”. In effetti la desolazione ci disinganna, inducendoci a non confondere la relazione con le gratificazioni, e a non farci fondare le scelte sul sentire del momento. Perché se è vero che ogni sì autentico a Dio risuona di una consolazione senza causa, di una gioia che il mondo non sa e non può dare, è ancor più vero che tale consolazione si rivela autentica proprio perché la sua memoria ci sorregge anche nel deserto e sulla croce, e non viene cancellata, ma anzi convalidata, da tutto quello che la sensualità carnale, con le sue consolazioni artificiali, rifugge.