• on Aprile 29, 2022

Diliberto: “Il segreto della Barelli? Ha preso sul serio il Vangelo”

Un suggestivo “viaggio” tra i luoghi della città di Milano per far conoscere la biografia e la spiritualità di Armida Barelli, che sarà beatificata il prossimo 30 aprile, nel duomo del capoluogo lombardo, assieme al prete ambrosiano don Mario Ciceri. Con il volume Armida Barelli da Milano al mondo. Protagonista al femminile di una società in trasformazione (In dialogo) Luca Diliberto ricostruisce il “senso di un’esistenza intensa e ricca di incontri e progetti, che non ha rinunciato a nessuna sfida pur di portare al centro della nuova società novecentesca il messaggio di un Vangelo capace di farsi storia”.

Immagine giovanile di Armida Barelli (Foto Istituto Missionarie della Regalità di Cristo)

Professor Diliberto, il titolo del suo volume enfatizza il legame tra Armida Barelli e Milano. Si tratta di un aspetto davvero importante?
Diciamo che l’attenzione alla città in cui è nata e dove ha vissuto a lungo, ma anche alla realtà del cattolicesimo lombardo che in un certo senso l’ha generata, è stata una esigenza molto forte in chi mi ha chiesto, circa un anno fa, di stendere questo profilo biografico: la diocesi ambrosiana, l’Azione cattolica, l’editrice. Non è comunque una forzatura, anzi: il contesto vitale che l’ha vista ricercare i caratteri originali della sua vocazione e poi lavorare coraggiosamente, mettendosi a servizio di opere apostoliche straordinarie, insomma la Milano di inizio Novecento, era davvero qualcosa di speciale: va rievocata, non trascurata. Però, è importante anche il percorso inverso, ovvero ritrovare nella storia di Armida Barelli le caratteristiche che, a torto o a ragione, si identificano con questa città, con i suoi abitanti: laboriosità, spirito imprenditoriale, apertura alla novità. In effetti, nel suo fare si riconoscono tutti questi elementi, che in buona parte consentirono di far sorgere insieme a padre Gemelli una università che prima non c’era, oppure un’opera educativa come la Gioventù femminile, sotto la spinta di un vescovo santo come il cardinal Ferrari.

Radicata nel suo territorio, ma non ristretta in un contesto solo locale.
Certamente, no. Ciò è legato senza dubbio alla sua educazione (studiò in Svizzera, in un prestigioso collegio femminile) che le consentì di saper utilizzare bene due lingue straniere, francese e tedesco, e di conoscere l’inglese. Nel periodo in cui visse, non era così diffuso, in generale e in particolare per una ragazza, pur di buona famiglia. A ciò si aggiunga anche la sua naturale disponibilità a guardare e comprendere quanto stava oltre la realtà a lei più vicina (ad esempio, l’esperienza liturgica o associativa d’oltralpe) e la sua disponibilità a mettersi in gioco, per la testimonianza della fede, ovunque fosse necessario: viaggiò tantissimo, spesso in condizioni disagiate, soprattutto in Italia, incontrando realtà sociali molto differenti e cercando strumenti adeguati per situazioni che, negli anni Venti, erano non solo geograficamente ma anche culturalmente distanti. Con la sua azione impresse un carattere nazionale, unitario, ad un vastissimo movimento di giovani donne, ben più solido e duraturo della retorica patriottica di cui si nutrì il fascismo. Va infine ricordato, nell’ambito delle iniziative messe in campo dalla Gioventù femminile, l’accompagnamento ad una missione in Cina; davvero, per lei il mondo non aveva confini.

(Foto In Dialogo)

Soffermiamoci su questo suo impegno nei confronti delle giovani.
A inizio Novecento, un movimento femminile all’interno della Chiesa italiana era germinale, connotato perlopiù da donne di ceto sociale elevato, quando non nobile. Non pochi guardavano con sospetto anche a questo, preferendo per la donna un ruolo subalterno, racchiuso nelle incombenze domestiche. La forza della Gioventù femminile fu soprattutto di alimentare un protagonismo a tutto campo, nella vita ecclesiale come civile, di spingere (a volte, letteralmente) le giovani fuori di casa, perché riconoscessero in sé una radice buona, non in debito perenne rispetto all’universo maschile, che è poi la dignità battesimale, e perché si manifestasse in loro in una forte tensione apostolica. Il messaggio che Armida Barelli incarna, e testimonia in moltissimi incontri, fu proprio questo: prendete in mano la vostra esistenza, non lasciatela decidere agli altri, perché Dio conosce il valore di ognuna di voi. Da qui, l’attenzione vocazionale ma anche la capacità di costruire una rete, una “sorellanza” affettiva e concreta, in grado di scardinare le differenze sociali, di spingere a studiare i fondamenti della fede e le problematiche sociali. Nel difficile, spesso aspro, confronto con il fascismo (e con le sue organizzazioni giovanili), lei seppe sempre difendere questa specificità, alimentando un percorso davvero imponente per obiettivi e strumenti.

Un impegno gigantesco nasconde un segreto?
È facile identificarlo, forse meno facile raccontarlo in tutta la sua estensione: il segreto sta nella sua fede, nel suo aver preso sul serio il Vangelo, nel suo voler trovare la condizione più adeguata per servire Dio nel proprio tempo, tra la gente, nelle strutture e istituzioni. È certamente un tratto evidente questo suo vedersi totalmente donata, abbandonando gli agi di una famiglia benestante, sottoponendosi a fatiche notevoli, per il suo fisico piuttosto provato da malattie anche gravi… Colpì molti, sia nella cerchia degli amici, sia tra i tantissimi che la conobbero attraverso la sua attività apostolica. Il Sacro Cuore, da lei definito “talismano” di una vita intera, fu l’ospite accolto sin dall’età giovanile, sempre presente in una quotidianità abitata di senso. Felice di credere e di mettere tutto a servizio di questo ideale. Avvicinandosi a lei si rimane ancor oggi stupefatti della sua disponibilità totale ma anche della sua felicità di avere abbracciato la fede, e ciò nei momenti belli ma anche in quelli difficili, che non mancarono neppure in una esistenza tanto realizzata.