• on Agosto 27, 2022

Debutto da record per “House of the Dragon” (Sky-Now). Nel segno della commedia “She-Hulk” (Disney+) e “Non ho mai…” (Netflix)

Fischio di inizio non solo per il campionato di calcio. Al via la nuova stagione delle serie Tv (anche se, a ben vedere, le piattaforme non si sono prese una pausa come la Tv lineare). Si torna finalmente a Westeros: su Sky e Now è stato infatti rilasciato dal 22 agosto, in linea con gli Stati Uniti, il primo episodio di “House of the Dragon”, attesissimo prequel del “Trono di Spade”, dal romanzo “Fuoco e Sangue” di George R.R. Martin. Potente, feroce e crudo racconto fantasy-medievale con rimandi al presente. Sulle rotte dell’ironia su Disney+ la miniserie “She-Hulk: Attorney at Law”, spin-off al femminile sul supereroe verde di casa Marvel, mentre su Netflix terza stagione per “Non ho mai…”, firmata dalla comica Mindy Kaling. 

“House of the Dragon” (Sky e Now)

L’attesa è finita. E la partenza è stata da record: quasi 10 milioni di spettatori per il debutto di “House of the Dragon” negli Stati Uniti per l’emittente via cavo Hbo e la piattaforma Hbo Max. Il miglior debutto di sempre per il colosso! A tre anni dalla fine della serie cult “Il Trono di Spade” (“Game of Thrones”, 2011-19), Hbo scommette ancora sul mondo creato da George R.R. Martin, un Medioevo fantasy violento e oscuro, accecato dalla conquista del potere. A capo del progetto non ci sono più i due storici autori David Benioff e D.B. Weiss – la cui aura è stata intaccata dalle non poche polemiche per la gestione dell’ottava e ultima stagione del “Trono di Spade” –, ma un nuovo team creativo guidato sempre dallo scrittore Martin: lo showrunner-sceneggiatore Ryan Condal (a breve firma del remake di “Highlander”) e lo showrunner-regista Miguel Sapochnik (ha diretto alcuni episodi del “Trono” tra cui l’imponente “The Long Night”).
La storia. Quasi 200 anni prima dell’Inverno di Westeros, sul Trono di Spade siede stabilmente la dinastia Targaryen. Re Viserys (Paddy Considine), non riuscendo ad avere un figlio maschio, decide di affidare la corona a una donna, la figlia Rhaenyra (Milly Alcock, Emma D’Arcy). La proposta però viene accolta in malo modo a corte, dando inizio a una sanguinosa guerra di successione che vede in prima linea il fratello del re Daemon Targaryen (Matt Smith) come pure l’ambiziosa Alicent Hightower (Olivia Cooke).
È ancora presto per brindare, ma la partenza è stata decisamente buona! Il primo di 10 episodi (rilasciati settimanalmente) promette molto su una delle serie di punta della stagione, insieme a “Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del Potere” di casa Prime Video: in “House of the Dragon” c’è tanto delle atmosfere, della tensione e delle dinamiche narrative tipiche del “Trono di Spade”, serie che ha cambiato il racconto televisivo dell’ultimo decennio.
Anzitutto la cura formale, le ambientazioni e le ricostruzioni sono straordinariamente accurate, in linea con la serie capostipite, non dimenticando poi il lavoro di grafica per i draghi di casa Targaryen. A conquistare, poi, è soprattutto la dinamica narrativa, che entra subito in partita con incisività. Si sa bene che il primo episodio è legato a logiche descrittive, votato all’introduzione dei nuovi personaggi, ma qui la tensione non appare affatto collaterale. Le linee del “Trono di Spade” sembrano tornare tutte, e immediatamente: rivalità tra famiglie, astuzie della politica, sfrenata ambizione, brama di potere e violenza. Violenza. Quello stile visivo duro, esplicito, a tratti disturbante, che ha contraddistinto “Il Trono di Spade” per 8 stagioni come un unicum televisivo, sembra ora ripresentarsi. La domanda è se ci sarà anche qui, al termine di questa notte fosca, della cosiddetta “Danza dei draghi” – la guerra civile divampata sotto i Targaryen –, alla fine un bagliore di senso, una luce di speranza?
Di certo in “House of the Dragon” c’è un richiamo forte all’attualità, alla seduzione e corruzione del potere, agli effetti dirompenti che esso esercita sull’uomo, sul suo animo, con ricadute sui legami familiari e sociali. Il potere annienta virtù e valori, imprigionando l’uomo nella vertigine accecante dell’Io. Ancora, nella serie emerge netta la questione femminile: la corona sembra destinata per la prima volta a una donna, pronta a infrangere un tabù nella storia di Westeros, ma a corte uomini (e donne) mostrano poca lungimiranza, se non feroce opposizione. Non ci resta che attendere, sperando di non incappare in un “Dracarys!”. Serie complessa, problematica, per dibattiti. Indicata per un pubblico adulto.

“She-Hulk: Attorney at Law” (Disney+)

Il soffitto di cristallo lo ha ridotto in coriandoli. Parliamo di Jennifer Walters, protagonista della serie Tv “She-Hulk: Attorney at Law” (dal 18 agosto su Disney+, 9 episodi). Lo sfondo è quello dei supereroi Marvel, chiamati in campo proprio dal cammeo iniziale di Bruce Banner, alias Hulk (Mark Ruffalo), cugino di Jennifer che involontariamente la trasforma in una Hulk, dal corpo verde e (ultra)forzuto. Lo spin-off ideato da Jessica Gao, rilegge chiaramente l’universo eroico Marvel in chiave femminile in linea con le istanze della società contemporanea. La cifra narrativa è sempre quella dei kolossal, un dosato mix di action e umorismo.
La storia. Jennifer Walters è un’avvocatessa trentenne solida e acuta. Durante un viaggio con il cugino Bruce, a seguito di un incidente stradale, finisce contaminata dal sangue dell’uomo, che non è altro che il supereroe Hulk. Si trasforma così anche lei in una Hulk, in She-Hulk. Dopo un periodo di addestramento, Jennifer decide di fare ritorno alla sua vita, riprendendo la professione di avvocato. Ma il nuovo dono porta con sé responsabilità sociali…
A interpretare Jennifer-She-Hulk è la brava Tatiana Maslany, attrice canadese che si è distinta al cinema in “Woman in Gold” (2015) e “Stronger” (2017), trovando poi ampi consensi con la serie “Orphan Black” (2013-17), che le ha permesso di vincere un Emmy come miglior attrice drammatica. In “She-Hulk: Attorney at Law” la Maslany mette in campo corde ironiche, dando volto allo spaesamento di un’avvocatessa che si ritrova nei panni di supereroe ingombrante. La linea del racconto è chiaramente fantastico-umoristica, condita però da lampi di critica sociale, tesa a dar voce al riscatto femminile tra famiglia, lavoro e società. Nei panni dell’opponente figura Emil Blonsky-Abominio (Tim Roth, già in “L’incredibile Hulk” del 2008): l’incontro tra lui e l’avvocatessa sembra fare il verso (con registro diverso) al “Silenzio degli innocenti” (1991), al faccia a faccia tra Clarice Starling e il criminale Hannibal Lecter (citazione presente anche nella serie “Stranger Things 4”).
“She-Hulk: Attorney at Law” ha ritmo, è frizzante e prova a ridisegnare in chiave più inclusiva il Marvel Cinematic Universe. La trovata è di certo valida, intrigante, al pari della recente “Ms. Marvel” (2022), ma va ricordato che una buona idea ha bisogno anche di una solida scrittura, di sostanza e ritmo negli episodi. Attendiamo sviluppi. Serie consigliabile, semplice, per dibattiti.

“Non ho mai…” (Netflix)

Terza (e penultima) stagione per la serie Netflix “Non ho mai…” (“Never Have I Ever”), creata dall’attrice-sceneggiatrice comica Mindy Kaling, nota per “The Office” (2005-13), “The Mindy Project” (2012-17) e il film “E poi c’è Katherine” (2019). La storia. Stati Uniti, l’adolescente di origini indiane Devi (Maitreyi Ramakrishnan) si districa tra scuola, amici e famiglia, cercando di non farsi etichettare: rifugge l’appellativo di nerd, seppure sia la più brava della scuola, desiderando di essere apprezzata come giovane donna, in particolare da Paxton (Darren Barnet), il ragazzo più popolare. A casa poi prova ad arginare le ansie della madre Nalini (Poorna Jagannathan), convinta che si stia facendo corrompere dallo stile occidentale.
Anzitutto, particolarità (vero colpaccio!) della serie è la voce narrante: il tennista John McEnroe, che compare anche in un episodio. Nel complesso “Non ho mai…” è un racconto semplice, dalla linea comico-frizzante, tipico della penna della Kaling, ben sorretto dalla performance della giovane protagonista. Tralasciando qua e là banalità e furbizie (anche problematiche) tipiche del racconto teen statunitense, la serie mette a fuoco in maniera curiosa e spesso acuta il cammino di formazione di un’adolescente indiana nell’America odierna, chiamata a fronteggiare i primi dolori (la perdita del padre) e a trovare la propria voce come donna adulta, dando slancio a sogni e talenti, custodendo però anche le proprie radici culturali. Serie consigliabile, problematica, per dibattiti.