• on giugno 25, 2020

Da Regeni e Ustica: ricordare significa non rassegnarsi mai

Il 27 giugno ricorreranno 480 mesi dalla strage di Ustica.
Il 25 giugno saranno trascorsi 53 mesi dal giorno in cui Giulio Regeni è stato rapito in Egitto.
Due anniversari accomunati dalla volontà di un Paese intero di esercitare il proprio diritto a conoscere la Verità ed abbattere il muro di gomma innalzato in queste tragiche vicende.Abbiamo il diritto di scoprire perché e chi abbia deciso di abbattere sul cielo del mare Tirreno in quei primi giorni dell’estate 1980 il Douglas DC dell’Itavia con i suoi 81 passeggeri a bordo; abbiamo il diritto di apprendere perché e chi abbia stabilito che il giovane ricercatore di Fiumicello nel gennaio 2016 potesse essere fermato, torturato ed ucciso.
In entrambi i casi la ricerca della Giustizia si scontra con l’interesse di Stato: quell’interesse che troppo spesso porta ad esprimere a parole una solidarietà di facciata ad uso elettorale mentre confida che il trascorrere del tempo attenui la volontà di sapere e faccia dimenticare all’opinione pubblica volti e nomi di chi è stato vittima della violenza altrui.
Salvo rare e lodevoli eccezioni, chi si faceva paladino della caccia al colpevole, denunciando a gran voce i silenzi e le connivenze del Governo di turno quando è entrato, a propria volta, nei palazzi del potere non ha esitato a modificare la propria scala di valori: a quel punto gli investimenti delle industrie nazionali, gli accordi internazionali, i traffici commerciali, i flussi turistici… sono risultati più importanti di una o 81 vite. Dinanzi ai silenzi, agli insabbiamenti ed ai depistaggi, il rischio è quello della rassegnazione.
Cinque anni fa, commemorando l’uccisione di Moro, il presidente della Repubblica, Mattarella, sottolineava che

“Ricordare significa anche non rassegnarsi mai nella ricerca della verità”

e nel 2017, in occasione dell’anniversario proprio della strage di Ustica, ammoniva che “Il bisogno di verità non può fermarsi dove sono presenti ancora zone d’ombra e pone traguardi verso i quali tendere”.
Parole che risuonano come un monito prima di tutto alla classe politica ma anche a ciascuno di noi perché la morte Giulio, di Diodato (che in quella sera di giugno aveva da poco compiuto 8 mesi), di Maria, di Francesco, di Salvatore, di Marianna… non rimanga un buco nero nella storia della Repubblica e di ciascuno di noi e quanto è accaduto non abbia a ripetersi.

(Originariamente pubblicato su “La voce isontina”)