• on dicembre 3, 2021

Da Cuneo all’Europa. Don Aldo, un prete che amava la vita e le persone

Fiducia, festa, abbraccio: rileggendo oggi i messaggi che ci siamo scambiati negli ultimi mesi con don Aldo queste sono le parole che più ricorrono nelle cose che mi scriveva. Insieme a una valanga di foto di paesaggi e fiori che lo incantavano e qualche vignetta di Snoopy che gli era particolarmente simpatico.
Il nostro legame si è costruito negli anni in cui don Aldo è stato segretario generale al Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, a San Gallo. Mi ero candidata per far parte del segretariato nel 1997 e ho iniziato a lavorare con lui subito dopo l’assemblea ecumenica di Graz.

Era un instancabile lavoratore, una persona precisa senza essere puntigliosa, un inguaribile generoso. Non diceva mai di no a niente e a nessuno.

A tutte le lettere bisognava rispondere, a tutte le richieste prestare ascolto e cercare soluzioni, in tutti i problemi starci fino a quando non si apriva una strada possibile.
Aveva bisogno di poche cose, ma fondamentale era potersi riposare dopo pranzo. Dopo la siesta, tornava nel suo ufficio a volte con lo sguardo appagato e di nuovo combattivo, a volte scuro in volto se qualcosa o qualcuno aveva interrotto il suo riposo. Erano le uniche occasioni di vederlo un po’ buio. Altrimenti sorrideva, positivo, sereno, aperto. Perché la vita era come un “gioco”, serio e leggero allo stesso tempo, da gustare fino in fondo, senza eccessi ma senza falsi pudori. Sempre sotto lo sguardo di Dio.
Incastrava mille viaggi e mille impegni nella sua agenda, al limite della resistenza fisica. Lo stesso faceva quando tornava a Cuneo – la nostra città – e girava a trovare amici, salutare, celebrare una messa, consolare un dolore, partecipare a qualche evento. Tutto con una calma particolare.

Quando arrivava, c’era fino in fondo per le persone che aveva intorno. Tanto più se erano nel dolore.

Chiedeva, si metteva in ascolto, e poi custodiva nel cuore per davvero. Amava anche raccontare le cose che viveva e lo faceva con un certo compiacimento: glielo abbiamo sempre concesso perché traspariva la sua stessa meraviglia di fronte a quanto gli capitava, a tutta la vita che smuoveva attorno a sé. Perché aveva la capacità di coinvolgere chi gli stava intorno in quello che faceva: se organizzava qualcosa, tirava dentro più persone possibili.
Così è stato, ad esempio, quando ancora a Cuneo aveva organizzato un simposio sull’Europa, segnando la strada di una riflessione e aprendo gli orizzonti, la mente e il cuore, a molte persone. Così ha fatto con l’avventura ecumenica che ha vissuto da segretario generale del Ccee: le assemblee ecumeniche e poi la Carta ecumenica.
Legatissimo alla sua terra, alla frazione in cui è nato, San Benigno, viveva l’Europa come la sua casa, orizzonte di riflessione e di lavoro per tanti anni.

Era un uomo del dialogo: lo spiegava sul piano teologico, filosofico e lo viveva nella sua vita quotidianamente. In questo senso era un alto diplomatico.

Non chiudeva le porte a nessuno, perché credeva fino in fondo che solo nel dialogo e nell’incontro e nella fiducia si sarebbero aperti spiragli di luce anche nelle situazioni più complicate. Raccontava sempre che era entrato in seminario perché si era lasciato convincere “con poche caramelle”, ma era appassionato del suo essere sacerdote. Poi la sua vocazione è cresciuta con lui. Aveva sempre con sé un “set da viaggio” per celebrare la messa, e l’ha celebrata ovunque, portando la Parola e l’eucarestia là dove si trovava: nelle case delle persone sofferenti, sulle montagne dove si rifugiava, nel cuore delle feste di famiglia, negli incontri con gli amici che lo hanno sempre seguito.
Amava la Chiesa e le è stato fedele, pur sperimentandone i limiti. Faceva vivere la Chiesa comunione, affidava responsabilità e condivideva incarichi con fiducia e libertà. Lo ha nutrito il legame forte con il movimento dei Focolari e la spiritualità di Chiara Lubich e di quel Dio che “entra nelle ferite” ci ha parlato tanto. Però sapeva godere del bello che la vita gli regalava: innanzitutto gli affetti, la famiglia a cui era legatissimo, e quel fiume di amici e di relazioni che costruiva ovunque andasse a vivere: Cuneo, San Gallo, Strasburgo, Caracas. A Bruxelles non ha fatto in tempo.
Quando gli veniva chiesto di spostarsi per un nuovo incarico lo faceva volentieri, ma lasciare il Venezuela gli era costato, proprio per la rete di relazioni che aveva costruito. Godeva un mondo quando era nella natura, soprattutto tra le montagne: camminava con il suo passo lento e posato, sciava con grinta. La sera si riposava contemplando le stelle. Un giorno mi ha scritto: “Sono in trattativa per aprire una nunziatura a Morinesio”, il paesino della val Maira dove negli ultimi anni faceva campo base, quando tornava per un po’ di riposo, a casa del fratello Angelo e della moglie Ornella.

Godeva quando assisteva a qualcosa di bello, uno spettacolo, un concerto. E sempre cercava con chi condividere il bello.

Godeva del buon cibo e del vino. Giocare a ping pong lo appassionava, i tornei alle carte con i suoi di famiglia erano un “must” dei giorni di vacanza. Ora si è unito alla “famiglia del Paradiso”, come la chiamava lui: ce l’aveva sempre molto presente perché era già il luogo di tanti affetti, a partire dai suoi genitori e poi di recente il fratello Franco e poco prima, tragicamente, il nipote Maurizio. Quel “cielo” che vegliava su di lui, che ci invitava a contemplare, che guidava i suoi passi, lo ha accolto. E là sicuramente è festa.