• on Giugno 25, 2022

Cristiani e musulmani a Lampedusa, dove la migrazione deve diventare “un’accoglienza carica di umanità”

Un pellegrinaggio a piedi lungo l’isola di Lampedusa, sostando in silenzio e preghiera, nei luoghi simbolo della lotta della vita contro la morte. Cristiani e musulmani sono arrivati qui solcando il Mar Mediterraneo. Ad accompagnarli nelle varie tappe brani tratti dal Libro di Giona, il profeta riconosciuto da cattolici e musulmani, presente nella Bibbia e nel Corano e che secondo la narrazione biblica si trovò anche lui su una nave investita da un temporale con il rischio di colare a picco dalla violenza delle onde. “Sulla stessa barca”, è il titolo di questo incontro promosso dall’Ufficio Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, insieme ai leader delle principali Comunità islamiche. Partiti ieri sera dal porto di Trapani, questa mattina all’alba i partecipanti sono sbarcati sull’isola con in mano una gerbera, simbolo di vita e relazione, ma anche un omaggio in memoria di tutti i migranti che hanno perso la vita sulla rotta di questo mare.



Lungo il percorso, cristiani e musulmani hanno continuato a confrontarsi e raccontarsi esperienze di dialogo promosse sul territorio. Come il Cadr, storico consultorio per famiglie inter-etniche o l’associazione “Portofranco” di Milano, un centro di aiuto allo studio rivolto con più di 1.400 studenti iscritti, 300 dei quali sono stranieri o ancora il “Centro Fernandes” di Castel Volturno, un’opera di accoglienza e integrazione promossa dall’arcidiocesi di Capua, che punta non solo ad assistere i migranti ma anche a costruire “percorsi di integrazione e pacifica convivenza”. “Siamo qui per dire che siamo tutti sulla stessa barca e per dire, come ci ricorda sempre papa Francesco, che o ci salviamo tutti o purtroppo non si salva nessuno”, dice Izzedin Elzir, imam di Firenze. La prima tappa su Lampedusa è stata il Portale di Mimmo Paladino, la “Porta d’Europa” o anche la “Porta dell’Africa”, a seconda del lato dal quale si vede. “E’ il segno che il mondo è aperto”, dice l’imam. “Abbiamo quindi solo bisogno di aprire la nostra mente per accogliere l’altro e comprendere che le diversità sono una ricchezza e una risorsa per l’umanità e non un motivo di scontro”.

Ad accogliere i partecipanti della parrocchia di san Gerlando, c’è il parroco don Carmelo Rizzi. E’ qui a Lampedusa solo da 7 mesi. Ma i racconti sono già tanti. Il più drammatico è sicuramente il ritrovamento quest’inverno di 7 ragazzi giovanissimi morti assiderati su un barcone. O anche quello dei due fratelli partiti dalla Tunisia su due gommoni diversi, perché così si era raccomandata la madre preoccupata di non perdere entrambi i figli durante l’attraversata. Con una certa commozione, don Carmelo apre una scatola e mostra pagine rovinate dall’acqua di libri sacri, scritti in lingua araba e tigrino, che sono stati ritrovati sulle barche dei migranti. Ci sono anche dei fogli ingialliti dove sono scritte preghiere e invocazioni a Dio perché protegga il viaggiatore lungo l’attraversamento in mare. Molto probabilmente – spiega – si tratta di lettere che le madri consegnano ai figli in partenza per l’Europa.

“L’accoglienza – dice il sacerdote – fa parte della nostra cultura, è un atteggiamento naturale. Si vive puntando sulla umanità, al di là della razza, della cultura, della religione”. Gli arrivi sono continui. Il neo-sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino, fa sapere che solo nella giornata di ieri ci sono stati tre arrivi per un totale circa di un centinaio di migranti. Stamattina invece è arrivato un barchino con 10 tunisini. Al centro di accoglienza ad oggi si contano 590 persone che saranno tutte trasferite nelle prossime ore. Il fenomeno degli sbarchi, aggiunge, “si ripete ormai dal 1988, poi con l’arrivo della bella stagione, il mare calmo necessariamente, aumentano come numero. Parlare di emergenza serve solo a chi se ne approfitta”. “L’importante – aggiunge – è che non si inceppi la macchina dell’accoglienza e dei trasferimenti. Siamo un piccolo territorio di 20 chilometri quadrati e questo problema non deve essere fatto pesare né sul territorio né si turisti che arrivano in vacanza. Se la macchina funziona, stiamo bene tutti”.

L’itinerario sull’isola è proseguito con una visita al Santuario della Madonna di Porto Salvo e si è concluso al cimitero dell’isola dove lapidi senza nomi raccontano le storie di chi non ce l’ha fatta e dove cristiani e musulmani hanno posto in loro memoria un fiore. “Lampedusa ha da dire tante cose. Certamente ha da dire due parole: giustizia e verità. La verità è che non si può più parlare di emergenza”. E’ mons. Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, a sintetizzare il sentire di quest’isola. “L’emergenza sbarchi – spiega – non è una emergenza. Chiamarla così significa etichettarla come una cosa che accade all’improvviso e non si sa perché, come o quando. Ma qui il perché si sa. Le rotte dei migranti hanno tante ragioni che sono politiche, economiche, climatiche. Una verità semplice da affermare è che non siamo di fronte ad una emergenza ma di fronte ad un fenomeno che deve essere affrontato e gestito”. Rivolgendosi poi ai partecipanti nella parrocchia-simbolo di San Gelardo nel centro della città di Lampedusa, l’arcivescovo ha detto: “Siamo in questa porta che è diventata suo malgrado centro del Mediterraneo e sotto i riflettori costantemente. La posizione geografica dell’isola ha in qualche modo orientato Lampedusa a farsi luogo di prossimità. Abbiamo accolto uomini, donne e bambini, abbiamo dato loro da mangiare, da vestirsi. Poi i flussi sono aumentati e in qualche modo la prossimità è diventata conflittualità. Ma ripeto, l’emergenza è quando qualcosa accade all’improvviso ma se accade in modo sistematico non può più chiamarsi così”. La seconda parola che emerge da Lampedusa è “giustizia”. “Richiama – dice mons. Damiano – un’accoglienza che sia carica di umanità”. “Ho visto gli occhi dei bambini che arrivano qui e a cui si dà una bottiglietta di acqua in attesa che si facciano i primi accertamenti. Sono occhi impauriti. Fare in questi momenti gesti anche piccoli di umanità, come una carezza o il tepore di un tè caldo, possono fare la differenza”.