• on novembre 30, 2019

Corridoi umanitari Cei e Caritas. “Salvati da un mare di un’umanità alla deriva”

foto L.Liverani

È al quinto mese di gravidanza. Sa già che è un maschietto. Come lo vorresti chiamare? Ti guarda negli occhi e senza esitazione risponde: “miracolo”. Eyerusalem ha 32 anni, è di Asmara ed è una psicologa. Aveva cominciato un corso di specializzazione in Eritrea ma poi la guerra, l’obbligo di unirsi ai campi militari, la fuga, le hanno impedito di portarlo a termine. Eyerusalem è una delle 66 persone arrivate ieri mattina all’aeroporto di Fiumicino, provenienti dai campi profughi dell’Etiopia attraverso i corridoi umanitari, finanziati dalla Cei e realizzati dalla Caritas Italiana.

È un carico di umanità dove si intrecciano storie di dolore, ma anche racconti di resistenza e fughe per la libertà. Duop ha 26 anni ma ne dimostra molti di meno. Viene dal Sud Sudan ed in un perfetto inglese racconta la storia della sua famiglia che ha cercato con tutte le forze di resistere agli eventi che hanno scosso negli ultimi due decenni il suo Paese: la guerra civile, la costituzione del nuovo Stato, la speranza di un nuovo inizio ma poi lo scoppio di nuovi conflitti, e quindi ancora bombardamenti, esecuzioni, fino al racconto della morte del padre. In Italia lui vorrebbe finire di studiare e se le condizioni lo permettono, vorrebbe poter un giorno ritornare nel suo Paese e lavorare alla ricostruzione. In Etiopia, Duop è arrivato nel 2015 con la mamma e due sorelle. Loro sono rimaste ancora lì. “Ti mancano?”, Duop abbassa la testa per nascondere il volto bagnato di lacrime.



“Sono persone – spiega al Sir mons. Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana – che abbiamo preso dai campi profughi. Li abbiamo salvati dal mare dell’indifferenza, dal mare della sofferenza, dal mare di una umanità in deriva. Li abbiamo accolti e li abbracciamo. Le affidiamo ora alla comunità ecclesiale che è in Italia. Lo faremo attraverso 9 diocesi che si sono rese disponibili ad accogliere queste persone”. Ci sono ragazzi molto giovani, molti dei quali con un alto livello di istruzione. Studenti e laureati, uomini e donne, segnalati nell’ambito del programma dei “corridoi universitari” di cui Caritas Italiana è partner insieme a Unhcr e Università di Bologna.Per loro è stata già predisposta qui in Italia un’accoglienza mirata e individuale che prevede la prosecuzione dei rispettivi cicli di studio. Il sogno di Ibrahim è quello di diventare giornalista. Viene dalla città di Adi Keie, in Eritrea dove studiava lingue e letteratura. Parla infatti correttamente sei lingue. È stato arrestato perché al college si era rifiutato di partecipare ai corsi di formazione politica organizzati dal governo. Quando lo hanno obbligato ad entrare nei campi militari, anche lui è scappato prima nello Yemen, poi a Gibuti ed infine in Etiopia.



Dall’aeroporto, di Fiumicino, le persone sono state portate al Centro Mondo Migliore di Rocca di Papa dove già opera la cooperativa Auxilium. Qui rimarranno fino a domenica e in questi due giorni riceveranno cure e visite mediche; verranno ricordate le regole del progetto; alcune persone, arrivate in Italia grazie ai corridoi umanitari, racconteranno la loro esperienza, ma soprattutto incontreranno gli operatori delle diverse Caritas diocesane che spiegheranno loro come funzionerà il progetto di accoglienza. Aosta e Pescara sono alla loro prima esperienza. Mentre Asti, Brescia, Assisi-Nocera Umbra, Torino, Verona e Vicenza hanno alle spalle un’latra esperienza di accoglienza sempre con i corridoi umanitari. Nei racconti di Giacomo Peretto della Caritas Vicenza e di Giuditta Serra della Caritas Brescia c’è dietro tutto un “popolo” di volontari che ha già predisposto per queste persone un percorso di integrazione ben collaudato. È una esperienza possibile – dice Giacomo – perché “esiste un tessuto sociale che nell’ombra agisce e fa cose importanti”. A Brescia – racconta Giuditta – siamo partiti in 15 ed oggi siamo arrivati a 30 volontari. È la comunità ad essere protagonista dell’accoglienza. È una scelta, non un peso che si subisce”. La soddisfazione più grande – aggiunge l’operatrice Caritas – è quando queste persone piano piano conquistano l’autonomia economica e sociale che permette loro di andare avanti da soli.

“È a quel punto che si sperimenta che questo modello di accoglienza funziona”.