• on agosto 19, 2020

Coronavirus. Villani (Sip): “Serve senso di responsabilità collettiva ma infanzia e scuola meritano più cura e attenzione”

È di questi giorni la notizia di una bimba di 5 anni, positiva al coronavirus Sars-CoV2, ricoverata in rianimazione a Padova con una grave sindrome a carico di sangue e reni. Intanto continuano ad aumentare i contagi mentre si avvicina la riapertura delle scuole fissata al 14 settembre. “Anche tra pazienti in età evolutiva (0-18 anni) positivi al Sars-CoV-2 si sono verificati casi gravi e ci sono tuttora, come la cosiddetta sindrome infiammatoria multisistemica, un quadro importante che conduce i pazienti in rianimazione”, ci spiega Alberto Villani, presidente della Società italiana di pediatria (Sip), responsabile del reparto di Pediatria generale e malattie infettive all’Ospedale Bambino Gesù di Roma e membro del Comitato tecnico scientifico (Cts) per l’emergenza coronavirus.

Professore, anche i bambini possono dunque essere colpiti in forma grave da questo coronavirus?
All’inizio si è creduto ne potessero essere immuni, ma anche in Italia abbiamo purtroppo avuto alcuni decessi. Nei paesi in cui non sono state adottate misure di contenimento – come Brasile e Stati uniti – i decessi infantili sono invece stati consistenti, ma poco pubblicizzati. Il nostro sistema nazionale universalistico garantisce a chiunque acceda in condizioni gravi in ospedale il diritto a tutte le cure, mentre negli Stati uniti a chi è privo di assicurazione sanitaria non vengono somministrate le immunoglobuline, molto costose ma senza le quali questa sindrome infiammatoria multisistemica può condurre alla morte.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Usa Jema Pediatrics, i bambini sotto i cinque anni avrebbero una carica virale fino a cinque volte superiore alla media, e potrebbero quindi costituire un potenziale pericolo per genitori e nonni.
C’è un dibattito in corso, ma per gli addetti ai lavori si tratta di discorsi di lana caprina. Con tutti i germi – virus o batteri – si può entrare in contatto e non avere assolutamente nulla, oppure infettarsi in modo asintomatico o sintomatico. In quest’ultimo caso la malattia può essere lieve, grave o addirittura portare alla morte. C’è un nesso tra carica virale e malattia? Certamente: più è alta la carica virale, maggiore è il rischio, ma ciò che conta è l’interazione con l’individuo. A individui con un sistema immunitario molto forte un’alta carica virale non provocherà nulla; altri più vulnerabili, ad esempio soggetti con comorbilità, rischiano la vita anche con una carica virale bassa. Come avviene con l’influenza. Il vero mistero da chiarire è in base a quali meccanismi questo coronavirus interagisca e perché determini situazioni talvolta molto gravi. Questo è ancora oggetto di studio, mentre non ci sono evidenze scientifiche su un’eventuale maggiore contagiosità degli under 5.

Professore, è preoccupato per la riapertura della scuola?

Non sono preoccupato della riapertura in sé, ma di tutti coloro che sottovalutano il rischio legato al Covid-19.

Le nazioni che si sono mosse in maniera intelligente, prudente e vigile come l’Italia, presentano una situazione che al momento definirei buona. Brasile, Usa, Francia e Gran Bretagna, per citarne solo alcuni, che hanno avuto un atteggiamento meno “attento”, hanno una situazione molto più grave. Insomma, non mi preoccupa lo scenario attuale ma il rischio che si possa sottovalutare una situazione che non va presa sottogamba; a volte si sentono proclami senza senso che minano la possibilità di mantenere una situazione di sicurezza. Il vero argine ai contagi, anche a scuola, è l’adozione delle misure indicate da mesi: distanziamento fisico, lavaggio delle mani, barriera delle vie aeree con la mascherina. Ma serve coscienza da parte dei cittadini e soprattutto

senso di responsabilità collettiva.

Non si può delegare l’impegno a questo o a quello: la responsabilità deve essere di ogni singolo perché dal rispetto collettivo (o dal mancato rispetto) delle misure indicate dipenderà l’evoluzione dei contagi.

Si tratta dunque di educare bambini e ragazzi.
Nella raccolta differenziata, più che le campagne di informazione ha funzionato l’educazione dei bambini nelle scuole, che poi hanno a loro volta educato i propri genitori. Il Covid-19 ripropone l’importanza dell’educazione civica e sanitaria nella scuola perché il senso di socialità, partecipazione e corresponsabilità si costruisce educando i cittadini fin da piccoli.

I nostri ragazzi hanno bisogno di tornare in classe.
Le scuole devono essere certamente riaperte, ma solo in sicurezza ossia rispettando regole e precauzioni. Non è tuttavia pensabile che un regime scolastico nel quale più della metà degli edifici risalgono a prima della nascita della Repubblica, e verso il quale ci sono stati decenni di totale disinteresse e trascuratezza, possa all’improvviso vantare istituti moderni ed efficienti nei quali tutte le norme previste possano essere facilmente rispettate. Probabilmente si ripresenterà la consueta fotografia a macchia di leopardo tra nord e sud. Per questo occorre puntare sul buon senso e sulla partecipazione/corresponsabilità di tutti: genitori, alunni, docenti, personale Ata. In base alla situazione locale occorrerà di volta in volta garantire il diritto all’istruzione a tutti i bambini.

C’è chi afferma che in caso di rischio la didattica a distanza, che però durante il contenimento ha mostrato molti limiti, potrebbe essere un’alternativa, almeno parziale.
Guardi, la didattica a distanza ha provocato disagi soprattutto tra i bambini più fragili slatentizzando situazioni già critiche e acuendo preesistenti differenze tra alunni di estrazione sociale superiore e altri di famiglie più in difficoltà. E’ sempre un discorso sociale. In Australia la formazione a distanza esiste da decenni e i bambini che vivono nelle fattorie e nelle praterie del paese non sono assolutamente dei disadattati. Tutto dipende dalle situazioni, dal contesto, dalle condizioni di vita garantite. I problemi economico-sociali e le difficoltà dell’infanzia (come l’emergenza neuropsichiatrica) sono antecedenti al coronavirus. Non le nascondo la mia profonda amarezza nel constatare che realtà note da decenni, e che avrebbero meritato ben altra attenzione, diventino all’improvviso, e solo ora, di grande attualità. Il Covid-19 può essere l’occasione per capire quanto sia importante avere cura dell’infanzia e della scuola: la lezione che ci consegna è la necessità di maggiore attenzione e investimenti in questi ambiti. E’ ora di impegnarsi perché questo avvenga altrimenti tanti bei discorsi resteranno chiacchiere vuote.

Abbiamo parlato di responsabilità collettiva, ma le scene in queste ultime settimane di assembramenti privi di misure di sicurezza soprattutto da parte di giovani vanno in ben altra direzione.
Sono molto preoccupanti, ma è sorprendente che siano state riaperte le discoteche – ora fortunatamente richiuse -. Quanto avvenuto era scontato. La domanda è: in questo scenario ha senso un tipo di attività in luoghi in cui le persone sono stipate come sardine tra eccessi di alcol e altre sostanze? Non sarebbe preferibile pensare piuttosto a luoghi di aggregazione all’aperto dove i ragazzi possano divertirsi in maniera sana e salubre, rispettando le norme di sicurezza? E non posso sentir parlare di posti di lavoro dove un buttafuori straniero viene pagato 500 euro al mese. Qui i grossi guadagni interessano 10-15 persone che si arricchiscono, ma intorno a loro gravita tutta un’umanità sfruttata.

A fronte della ripresa dei contagi, in qualità di membro del Cts, come guarda al futuro?
Con molta fiducia, nonostante tutto. In questi mesi la stragrande maggioranza degli italiani, a differenza di quanto avvenuto in altri paesi, ha dato prova di serietà e responsabilità. È importante dare linee di indirizzo ma poi, in attesa di un farmaco efficace e di un vaccino, spetta ai cittadini rispettare le regole che, ribadisco, sono sempre le stesse:

distanziamento fisico, lavaggio delle mani e barriere protettive per le vie aeree.