• on settembre 2, 2020

Coronavirus e università. Buonomo (Lateranense): “Didattica mista per ripartire in sicurezza ma la parola d’ordine è relazione”

Sei realtà accademiche: le cinque facoltà di Teologia, Filosofia, Diritto canonico, Giurisprudenza, Scienze della pace (istituita da Papa Francesco nel 2018), e l’Istituto pastorale “Redemptor Hominis”. Oltre 1.600 studenti lo scorso anno accademico, provenienti da 86 paesi del mondo. E’ il volto della Pontificia Università Lateranense, per definizione “l’Università del Papa”, che sta scaldando i motori per la ripartenza, o meglio la riapertura “in presenza” e in sicurezza, perché le sue attività non si sono mai interrotte. Martedì 8 settembre si svolgerà l’Open day virtuale per conoscere l’Ateneo; il giorno successivo ripartiranno i test di ammissione in presenza che si replicheranno il 21. Ma come sarà l’università post-Covid? Lo abbiamo chiesto al rettore Vincenzo Buonomo, che è anche docente di diritto internazionale.

“Nell’ultima riunione organizzativa del 1° settembre – esordisce – abbiamo tentato di definire i possibili scenari, nella speranza che il trend pandemico non peggiori. L’Università non ha mai chiuso; anche nella fase più virulenta del Covid-19 abbiamo continuato a lavorare, semplicemente organizzando in modo diverso lezioni, esami, didattica e ricerca. Già prima dell’estate siamo arrivati alla conclusione di fare dell’emergenza la quotidianità. Le tendenze internazionali ci dicono che non si tratta di un problema risolvibile in tempi brevi, ma di una realtà con la quale dovremo convivere per diversi mesi. Così

l’emergenza diventa la gestione ordinaria dell’università.

In pratica, che significa?
Significa offrire una didattica mista, integrata, secondo una triplice modalità: in presenza, online, a distanza. Ai corsi svolti in presenza con gli studenti che potranno essere stabilmente a Roma – naturalmente in tutta sicurezza rispettando il distanziamento tra loro e divisi a turni alternati – affiancheremo lezioni online per quelli residenti in paesi dai quali in questo momento non possono raggiungere l’Italia. Abbiamo strutturato una piattaforma nella quale far confluire le lezioni videoregistrate dei diversi docenti, che potranno essere viste dagli studenti fuori Roma non necessariamente in tempo reale ma anche in momenti diversi, secondo i fusi orari dei rispettivi paesi. Questa piattaforma ci consente inoltre di monitorare chi ha effettivamente avuto accesso alla lezione a distanza. Ci siamo preparati ad una “stabilizzazione” di questa triplice modalità, tenendo conto della tipologia internazionale dei nostri studenti.

In che modo cambia la relazione studente-docente?
Come nell’attività ordinaria abbiamo sempre privilegiato il rapporto docente- studente, che per noi non è una “matricola” ma un componente della nostra comunità, vogliamo continuare a mantenere alta questa attenzione. Alcuni studenti hanno bisogno di un chiarimento puramente linguistico; altri in termini di contenuto; altri in termini di coerenza con il loro progetto di studio. Per tutti abbiamo da sempre un sistema diretto di colloquio/interazione su base permanente con i docenti che ora continua attraverso le risorse offerte dalla tecnologia.

Quando inizieranno le lezioni? Secondo le indicazioni per le università italiane del ministro Manfredi, l’affollamento delle aule non deve superare il 50%. Con quali modalità gli studenti torneranno in aula?
Inizieremo il 5 ottobre e stiamo pensando ad un’alternanza per poter garantire l’accesso a tutti, nonostante le limitazioni dei posti per mantenere il distanziamento di un metro tra gli allievi. Ci atterremo anche noi alle disposizioni per gli atenei italiani; per questo abbiamo previsto un collegamento tra più aule che consentirà agli studenti dei corsi più numerosi di seguire contemporaneamente in aule diverse la stessa lezione: alcuni in presenza, altri in video. In aula abbiamo inoltre adottato un sistema di areazione che consente un continuo ricircolo dell’aria. Sono stati previsti termoscanner all’ingresso per la rilevazione della temperatura corporea, percorsi differenziati di uscita e di entrata per evitare assembramenti, percorsi obbligati per recarsi nelle diverse facoltà. Abbiamo impiegato le risorse a disposizione per poter

garantire a tutti il diritto allo studio in sicurezza:

continuità per coloro che sono già iscritti e accoglienza in università per chi inizia quest’anno la carriera accademica.

Le matricole, appunto. Il loro esordio avviene in uno scenario del tutto inedito. Avete pensato a qualche iniziativa mirata?
Già dai primi di giugno è partita un’attività di orientamento attraverso colloqui telefonici e telematici o e-mail per guidarle e offrire loro indicazioni su modalità di arrivo, alloggio, e per dare risposte concrete alle loro domande.

Al di là dei particolari tecnico-organizzativi e delle norme sanitarie, la pandemia ha cambiato o sta trasformando il volto e lo spirito dell’universitas studiorum?
Non si è modificato il concetto di università in sé, ma il modo di proporne l’insegnamento. Il Covid ci ha spinto all’utilizzo dello strumento telematico come mezzo di apprendimento e trasmissione del sapere, non di mere nozioni. Spetta al docente dargli quell’anima che sa creare rispondenza nello studente: come nell’universitas medioevale

è il rapporto tra docente e studente a creare la struttura, e non viceversa.

Per me, che continuo a fare il professore, la formazione deve essere gestita in una relazione che renda lo studente protagonista. Coniugare il sapere con la conoscenza, l’apprendimento con la ricerca, la formazione con l’insegnamento: questo il nostro compito. In ogni modalità – presenza, online, distanza – il docente deve trasmettere il sapere in modo efficace e in un orizzonte mondiale sapendo gestire anche le diversità culturali. Non è la macchina in sé, ma il modo in cui si guida la macchina che riesce ad andare al di là dei confini dello spazio e del tempo e a creare empatia tra studente e professore.