• on settembre 5, 2020

Coronavirus. Cauda: “Per il vaccino non forzare i tempi. Servono evidenze su efficacia e sicurezza. Intanto proseguire con le misure di prevenzione”

Per la quinta settimana consecutiva continua a salire nel nostro Paese la curva dei contagi da Coronavirus. È di 11 morti e 1.733 nuovi casi il bilancio del 4 settembre riferito alle ultime 24 ore, mentre nell’ultima settimana di agosto si sono verificati 649 nuovi focolai. Intanto mancano pochi giorni alla riapertura della scuola e prosegue nel mondo tra evidenze scientifiche ed annunci ad effetto la corsa al vaccino. Ne parliamo con Roberto Cauda, ordinario di malattie infettive all’Università Cattolica e direttore dell’Unità di malattie infettive del Policlinico Gemelli di Roma.

Roberto Cauda

 

Professore, come valuta l’attuale scenario epidemiologico?
Dopo un periodo di stabilità nel quale i nuovi casi positivi erano compensati dai dati sui guariti, la curva dei contagi ha ripreso a risalire e la “vampa d’agosto”, termine che ho mutuato dal titolo di un romanzo di Camilleri, ha scombinato le carte. Una certa diminuzione di attenzione e vacanze in aree in cui l’infezione era più diffusa hanno prodotto una “importazione” di contagi. A subire le conseguenze di comportamenti non virtuosi è stata soprattutto la Sardegna, in precedenza area con uno degli indici Rt più bassi d’Italia per l’ottima politica adottata, ora “vittima innocente” di contagi importati che hanno acceso focolai in loco. Oggi, a Lombardia e Veneto che detengono il numero di contagi più elevato, si aggiungono due new entry: Lazio e Campania, che pagano anch’esse il prezzo dei contagi di ritorno dovuti a mancata attenzione da parte dei giovani. Non a caso l’età media dei nuovi casi si è abbassata ai 30 anni; per questo ci sono meno ricoveri, tuttavia i giovani – anche asintomatici – possono essere “cavallo di Troia” dell’infezione a persone più anziane, a rischio di sviluppare la malattia in modo più grave. Questo potrebbe spiegare l’aumento dei ricoveri in ospedale e in terapia intensiva cui stiamo assistendo in questi giorni, per ora contenuto ma indicativo.

Oggi però vengono eseguiti molti più tamponi rispetto ai mesi di maggio e giugno.
Proprio questo consente di scoprire gli asintomatici che allora non riuscivamo a identificare. In maggio e giugno venivano eseguiti 40-50mila tamponi al giorno, oggi, tranne che nel weekend, se ne fanno circa 100mila. È ancora presto per capire dove andremo a parare nelle prossime settimane, ma un fatto è certo: nel mese di agosto la percentuale di positivi rispetto ai tamponi effettuati è aumentata: prima era sotto l’1%, ora si attesta tra l’1,2 e l’1,3%.

Qualcuno sostiene che 100mila tamponi al giorno non sono sufficienti, che ne sarebbero necessari almeno 300/400mila.
Certo, più se ne fanno, più casi positivi possono essere scovati e più contatti tracciati e messi in quarantena. Occorre tuttavia fare un bilanciamento tra l’auspicabile e ciò che è concretamente fattibile con le risorse disponibili. Tuttavia siamo vicini alla possibilità di fare tamponi semplificati che mettano in evidenza antigeni specifici della proteina spike, la “chiave” attraverso la quale il coronavirus riesce a penetrare e a replicarsi all’interno dell’organismo umano. Oltre ad avere un costo 100 volte inferiore rispetto al tampone classico, questo tampone “semplificato” ha una sensibilità e una specificità molto elevate, richiede meno tempo ed è più semplice. I tempi dipenderanno dalla validazione degli enti regolatori.

Il rischio zero non esiste. Lei teme che la riapertura delle scuole possa peggiorare ulteriormente la situazione?
Abbiamo visto che ogni “riapertura” ha portato con sé un aumento dei contagi. Questa infezione richiede il rispetto rigoroso delle norme: distanziamento, uso della mascherina, igiene delle mani, niente assembramenti. Detto questo, scuole e università, e parlo da docente, non possono più permettersi di rimanere chiuse ma tutte le norme per riaprire in sicurezza debbono essere declinate nella massima responsabilità evitando assembramenti e “classi pollaio”. E bisognerà fare molta attenzione a momenti ad alto rischio come ricreazione, ingresso, uscita. Cruciali anche le modalità di arrivo a scuola: scuolabus, trasporto pubblico?

Vivendo a Roma, faccio fatica ad immaginare autobus poco affollati.
Proprio questo potrebbe essere il vero tallone d’Achille. Ma occorrerà attenzione anche sulle attività extrascolastiche svolte nei luoghi di aggregazione: oratorio, gruppi giovanili, etc. È importante educare i ragazzi al senso di responsabilità verso se stessi e gli altri.

Lo scorso 24 agosto è iniziata all’Istituto Spallanzani la sperimentazione sull’uomo del candidato vaccino Grad-CoV2 con l’auspicio che possa essere pronto in primavera, e il 2 settembre il ministro Speranza ha fatto sapere che il vaccino europeo Oxford/AstraZeneca – il cui vettore virale è prodotto a Pomezia – se confermato sicuro potrebbe essere disponibile a novembre. Intanto la corsa al vaccino sembra diventare una sfida a colpi di annunci: la registrazione da parte di Russia e Cina, rispettivamente, dello Sputnik 5 e dell’Ad5-nCoV, mentre dagli Usa Trump fa sapere che potrebbe chiedere alla Fda di autorizzare uno dei potenziali candidati vaccini prima che sia terminata la fase III dei test. Che ne pensa?

In un vaccino occorre tenere presente due aspetti essenziali e imprescindibili: efficacia e sicurezza a breve e a lungo termine.

La corsa al vaccino è partita lo scorso 9 gennaio, quando i colleghi cinesi hanno reso disponibile a tutta la comunità scientifica la sequenza completa del virus dimostrando che era per l’80% uguale alla Sars e per il 20% diverso. Per un vaccino occorre individuare delle sequenze che non vanno incontro a modifiche per mutazioni e che sono immunogeniche, ossia in grado di determinare una risposta in termini di produzione di anticorpi neutralizzanti. Nel mondo sono attualmente 150 i gruppi di lavoro alla ricerca di un vaccino. Con le tecnologie oggi disponibili non è difficile realizzarne uno, ma occorre porre molta attenzione alla fase III, ossia all’ultima fase di sperimentazione che consiste nella somministrazione del candidato vaccino a migliaia di persone per testarne la sicurezza su larga scala. Su questo punto si sono autorevolmente espressi in questi giorni la rivista Science e il British Medical Journal. Si tratta della fase più delicata e deve essere svolta con rigore perché bisogna dimostrarne, oltre all’efficacia in termini di produzione di anticorpi e di non infezione delle persone esposte, l’innocuità. Invece, oltre al vaccino Usa, anche su quelli russo e cinese non ci sono evidenze scientifiche che abbiano completato la fase III, cui deve seguire il vaglio degli enti regolatori internazionali. Fermo restando che tutti noi auspichiamo un vaccino sicuro ed efficace in tempi brevi, non bisogna forzare i tempi ma convivere al meglio con il virus continuando ad avere comportamenti responsabili.

Intanto l’Aifa ha chiesto di anticipare la vaccinazione anti-influenzale a inizio ottobre.
È assolutamente consigliabile perché riduce i rischi di patologie respiratorie – influenza e forme simil-influenzali in arrivo con l’autunno – i cui sintomi potrebbero essere confusi con quelli del Covid-19 ai quali sono molto simili e, nella fase iniziale, indistinguibili.