• on novembre 6, 2021

Cop26. Milano: “C’è il rischio del fallimento dei negoziati, ma il nostro pianeta non ce lo perdonerebbe”

Occhi puntati su Glasgow, dove è in corso la Cop26: la posta in gioco è molto alta, ma occorre affrontare la sfida per salvare non solo l’ambiente in cui viviamo, ma anche le popolazioni più vulnerabili dagli effetti devastanti del cambiamento climatico. Dei nodi maggiori da sciogliere e delle prospettive del vertice parliamo con il segretario generale di Greenaccord, Giuseppe Milano.

(Foto: Redazione)

Quali sono le minacce da scongiurare con maggiore urgenza?

Secondo gli ultimi report scientifici redatti dall’Ipcc e dal Wmo, se i Paesi del G20 non si impegneranno a ridurre le emissioni di gas serra climalteranti entro il 2030 di almeno il 55% – perseverando, dunque, in un modello economico lineare alimentato dai combustibili fossili – la temperatura media globale potrebbe aumentare entro pochi decenni di quasi 3°, esattamente il doppio dell’1,5° stabilito come soglia di sicurezza dall’Accordo di Parigi del 2015, con conseguenze catastrofiche per l’integrità del pianeta e di chi lo vive. La concentrazione di anidride carbonica in atmosfera, oggi pari a 414 parti per milione e con la previsione che raggiunga le 419 ppm nei prossimi 12 mesi, non è mai stata così alta negli ultimi 800mila anni. Ne consegue che le principali vittime degli impatti devastanti e crescenti dei cambiamenti climatici saranno le popolazioni e i territori già vulnerabili, come quelli dei Paesi in via di sviluppo, che sono meno responsabili del climate change.

Quali sarebbero le azioni per il clima indispensabili da raggiungere?

La terra e gli oceani sono i due principali serbatoi naturali di carbonio. Fenomeni gravi di degrado del suolo, come la deforestazione in Amazzonia, o di inquinamento e acidificazione dei mari, come “le isole di plastica”, stanno riducendo le capacità assorbenti di tali carbon sink, con molta più anidride carbonica in atmosfera, a parità di emissioni prodotte. Diventa ancora più urgente, pertanto, decarbonizzare la nostra economia entro il 2050 – e, ove possibile, anche prima – rinunciando definitivamente e completamente ai combustibili fossili (e, quindi, anche al metano). Dobbiamo scommettere e investire maggiormente sulle rinnovabili (più impianti micro e diffusi, invece che mega infrastrutture concentrate), sui materiali naturali e riciclabili, sull’economia circolare, sulla riforestazione territoriale e la valorizzazione delle aree protette nelle quali è custodita la biodiversità del pianeta, sulle soluzioni basate sulla natura per città più sostenibili e più resilienti. Paesi come Cina, India, Russia ed Emirati Arabi, ma anche Polonia e Ungheria, stanno boicottando la transizione energetica e la conversione ecologica, in Europa e nel mondo, perché ancora troppo condizionate dal petrolio, dal gas e dal carbone, ignorando l’urlo della Terra e dei giovani.

(Foto: ANSA/SIR)

Il Papa in un messaggio ha invitato ad “agire per preparare un futuro nel quale l’umanità sia in grado di prendersi cura di sé stessa e della natura”. Quanto siamo ancora lontani da questo obiettivo?

La Conferenza sul Clima di Glasgow è la 26ª. Dalle 25 precedenti edizioni, eccetto la Cop21 di Parigi del 2015, non sono emerse le soluzioni politiche ed economiche che sarebbero servite per rallentare l’accelerazione dei cambiamenti climatici che oggi, con i loro eventi estremi sempre più intensi e frequenti, rischiano di mietere centinaia di migliaia di vittime e oltre 150 milioni di migranti climatici che potrebbero raggiungere in pochi decenni le coste europee. I primi allarmi sulla pericolosità dei cambiamenti climatici sono stati lanciati negli anni ’70 e per molti decenni sono stati ignorati, con un subdolo negazionismo che si è fatto strada. Il Papa è l’unico leader carismatico globale del nostro tempo: le sue parole, così dense di responsabilità e generosità, ci richiamano continuamente alla nostra missione morale e sociale. Essere agitatori di speranze e costruttori di una fratellanza universale che si riconosce nel patto intergenerazionale e nel principio della giustizia socio-ambientale che non deve lasciare indietro nessuno.

Quanto l’attuale modello di sviluppi economico è di ostacolo alla salvaguardia del Creato?

Il nostro attuale modello di sviluppo, ispirato dal pensiero neoliberale, è incompatibile con la custodia del Creato.

Ce lo ha ricordato recentemente anche il neo premio Nobel per la Fisica, Giorgio Parisi, denunciando la tossicità di un indicatore sulla ricchezza come il Pil e invitando i leader e i capi di Stato a riformare drasticamente gli istituti del capitalismo contemporaneo che esaspera sia le fragilità ambientali sia le disparità sociali e territoriali. Serve un capitalismo ecologico che apra le strade dell’avvenire ad un diverso umanesimo antropologico: al centro deve esserci l’uomo e il suo diritto alla felicità e non il profitto che guasta il mondo.

Quale può essere il ruolo dei giovani, che si mostrano molto più sensibili sui temi ambientali?

I giovani, che non sono solo quelli che lottano con Greta Thunberg per un pianeta più equo e più sano, devono avere più coraggio. La protesta può generare entusiasmo, ma è la proposta che innesca il nuovo umanesimo di cui abbiamo bisogno. Senza una diversa antropologia – come dice Papa Francesco, richiamando la necessità di altri stili di vita – non ci potrà essere una diversa economia e una diversa ecologia, perché tutto è interconnesso. I giovani devono studiare la complessità della contemporaneità per frequentare le piazze con ancor maggiore consapevolezza ed essere soggetti proattivi del cambiamento cooperando tra loro per la stessa visione: vivere in una realtà da aumentare con la prossimità e la sostenibilità. La transizione ecologica, come ha ricordato anche il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, non è e non sarà “un pranzo di gala” e, dunque, sarebbe desiderabile che il recente Manifesto dei Giovani, sottoscritto a Milano dai 400 giovani partecipanti della Pre-Cop giunti da tutto il mondo, diventi la bussola da seguire per raggiungere il futuro sognato e per celebrare insieme “la sinodalità della speranza”.

(Foto: ANSA/SIR)

Realisticamente quali risultati possiamo aspettarci da Cop26?

Negli ultimi mesi e non solo negli ultimi giorni, sono arrivati segnali incoraggianti anche dalla finanza che, seppur per ragioni più di opportunità economica che di sensibilità ecologica, è pronta a mobilitare risorse pari a diverse centinaia di miliardi di euro per favorire l’adattamento ai cambiamenti climatici dei territori dove operano, ma anche di quelli più vulnerabili e marginali del pianeta perché consci che occorra intervenire anche su una dimensione internazionale che garantisca pace e sicurezza, benessere e prosperità. Nonostante tale novità, i governi del mondo sembra non riescano ad andare ancora oltre il “bla bla bla”, aumentando le proprie ambizioni climatiche, e ad approvare gli Accordi che renderebbero meno impervio il sentiero della neutralità carbonica al 2050. La Russia e l’India vorrebbero raggiungere solo tra il 2060 e il 2070 gli obiettivi di riduzione delle emissioni, mentre la Cina sta addirittura aumentando la sua dipendenza dal carbone. C’è da essere preoccupati: dopo i risultati parziali del G20,

la Cop26 rischia di chiudersi con un epocale fallimento dei negoziati, ma il nostro pianeta non ce lo perdonerebbe.