• on novembre 16, 2021

Cop26. Chitnis (Gesuiti): “Tradite le promesse ai Paesi poveri. Ma bisogna coltivare la speranza”

Il direttore delle Missioni Gesuite in Gran Bretagna, Paul Chitnis, è stato osservatore alle sessioni plenarie della presidenza della Cop26, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima, che si è svolta a Glasgow dal 31 ottobre al 13 novembre. È riuscito ad arrivare nella esclusiva “zona blu”, quella dove si trovavano i capi di governo e i delegati, un accredito riservato e difficile da ottenere, e ha anche partecipato ad eventi nella “zona verde”, quella dove si svolgevano le conferenze organizzate dalle associazioni della società civile. Ha inoltre accolto un gruppo di pellegrini, a Glasgow, con i quali ha partecipato alla marcia per le vie della città di sabato 6 novembre.

Si può affermare che c’è stata una dimensione religiosa in questo summit climatico?
Non c’è dubbio. Il tono delle discussioni spesso ha riecheggiato l’enciclica di Papa Francesco “Laudato si’”. Ho sentito tanti partecipanti alla Cop26 parlare del ruolo di guida svolto dal Santo Padre in materia di cambiamento climatico e riscaldamento globale. Penso anche che le parole del Papa ci aiutino in questo momento in cui i risultati della conferenza climatica si sono rivelati molto inferiori alle aspettative della vigilia. Nella “Laudato si’” Papa Francesco dice che i deserti esterni del mondo sono aumentati perché i deserti interni sono diventati così vasti. Penso che proprio a questi spazi interni, dove si trovano le nostre emozioni, i nostri desideri e le nostre paure, dobbiamo attingere per trovare la speranza che ci aiuti a continuare nel cammino per salvare il pianeta. È importante coltivare questa speranza perché c’è una narrativa negativa, nella discussione sul clima che vede l’aumento della temperatura globale come un problema troppo grande da risolvere. È molto importante, invece, agire con energia e far pressione sui leader politici perché facciano di più.

Pensa che vi sia stato un grande scarto tra quello che chiedevano gli attivisti, e quello che i politici si sono impegnati a fare, alla fine, con il “Patto sul clima di Glasgow”?
Sì. C’è stato uno scarto enorme tra le decisioni delle quali abbiamo bisogno e quelle che sono state prese a Glasgow perché manca la volontà politica, da parte dei leader mondiali, di fare quello che è necessario. È importante denunciare questo e anche mettere sotto pressione i politici con proteste e manifestazioni, proprio come è capitato in questi giorni. Ci sono ragioni per essere pessimisti ma, come persone di fede, dobbiamo avere un orizzonte più vasto e mantenere viva la speranza. Mi ha aiutato molto vedere centinaia di migliaia di persone di diverse età ed estrazioni sociali marciare insieme.

Quali sono stati gli aspetti più deludenti della Cop26?
Senz’altro il tradimento della promessa, fatta ai Paesi poveri nel lontano 2009, di garantire, entro il 2020, 100 miliardi di dollari di sussidi all’anno che, ormai, non sono neppure più sufficienti perché il riscaldamento globale ha peggiorato ancora la situazione di questi ultimi. L’impegno a terminare gli sgravi fiscali all’industria dei combustibili fossili rimane, nel testo finale del Patto di Glasgow, ma è stato molto annacquato. Grave anche la mancanza di un fondo “loss and damage”, sovvenzioni per compensare le comunità in maggiore difficoltà per i danni provocati dal riscaldamento globale. Anche questo aiuto finanziario è stato promesso alla vigilia ed è assente dall’accordo firmato il 13 novembre.

Alla Cop26 si è dato spazio alle voci dei più poveri?
Ci sono stati discorsi molto commoventi, da parte dei rappresentanti delle comunità più vulnerabili non soltanto durante la prima giornata, al summit dei leader globali, ma anche durante i negoziati e negli incontri organizzati dalla comunità civile. Nessuno può dire di non averli sentiti ma la domanda è se sono stati davvero ascoltati e se il loro appello disperato ha portato i politici a cambiare le loro decisioni. La risposta è che questo è avvenuto ma solo in misura molto limitata.

Perché i politici non fanno di più?
Perché l’industria dei combustibili fossili è troppo ricca e troppo influente. È stato denunciato, nei giorni scorsi, che centinaia di queste aziende erano rappresentate alla Cop26. Un vero paradosso se si pensa agli obiettivi di questo summit.