• on agosto 23, 2021

Consigli per le letture estive: una antica fascinazione e una cura

L’anniversario di Dante di cui abbiamo parlato nella prima puntata dei consigli per le letture estive ci ha ricordato che esistono, anche nel terzo millennio, i classici. Sono gli stessi degli anni delle superiori, quando dovevamo subire ore e ore di lettura talvolta mnemonica di quegli autori allora stramaledetti; e mica solo il Fiorentino, ma pure gli altri due della congrega trecentesca, Petrarca e Boccaccio (questo però almeno ci faceva ridere e stuzzicava la nostra immaginazione con le sue storie, non a caso immortalate come boccaccesche), Machiavelli e, per carità, non sia mai, Manzoni.

Eppure qualcosa, molto, è cambiato, perché nuove edizioni ci (ri)presentano autori che pensavamo di conoscere – e odiare – sotto nuove vesti, mettendone in risalto la modernità, la capacità di parlare ai cuori, anche quelli giovani. E di sondare gli abissi umani.

Si prenda il caso di uno dei modelli per eccellenza della letteratura mondiale, Goethe: la riedizione Einaudi dei “Dolori del giovane Werther” ci consente di attualizzare, grazie anche alla postfazione di Luigi Forte e alla traduzione di Enrico Gianni, il discorso sull’amore romantico, i cui limiti e contraddizioni erano ben presenti anche al genio tedesco. Il lettore scoprirà che il fallimento non è causato solo dalle regole classiste della società borghese ottocentesca, ma dagli stessi limiti di quell’amore assoluto che diventa amore dell’amore e non per una persona in carne ed ossa. Ed è attraverso questa riscoperta che il lettore può arrivare alla comprensione profonda del romanzo italiano per eccellenza, il più odiato dagli studenti: quei “Promessi sposi” che, pochi ci hanno riflettuto, sono l’opposizione neo-romantica, ammirata dallo stesso Goethe, al pre-romanticismo delle origini dei “Dolori del giovane Werther”. Il modello tedesco è del 1774, la “risposta” – e il superamento – italiano è, nella prima edizione, del 1827: narra un amore stavolta costruttivo, che non cede ai pericoli, alle lusinghe e agli ostacoli, come invece fa quello di Goethe (e di Foscolo): l’altro amato non è un idolo, ma una persona, con i suoi limiti e i suoi difetti.

E se volessimo tornare alla domanda del perché del dolore e della sofferenza, allora dovremmo portarci in vacanza la riflessione di Giacomo Canobbio, pubblicata dalla Morcelliana, dal titolo emblematico: “Perché Dio ci lascia soffrire?”, in cui ancora una volta la letteratura, attraverso Dostoevskij, la scrittura del sacro, soprattutto ma non solo Paolo, il Vangelo e quanti si sono posti una domanda che perdura fin dalle origini ci offrono una chiave di lettura e comprensione del dolore e della disperazione.

I motivi della persistenza del fascino del male, che vengono da molto lontano, sono affrontati anche da un antico libro di Pietro Citati, “Il male assoluto” (Mondadori) che ci presenta gli aspetti profondi – e modernissimi – di Dumas, Poe, Stevenson, Dostoevskij, permettendoci di entrare nel mistero della lotta con se stesso (con l’”altro”, direbbero Stevenson e Freud) che talvolta diventa messaggero della tenebra.

Se volessimo invece capire che cosa leggere senza fare i conti con una saggistica specialistica che non si accorda con la – purtroppo breve – spensieratezza dei pochi giorni di vacanza, allora dovremmo ricorrere a “Cento lettere a uno sconosciuto” (Adelphi) del compianto Roberto Calasso: qui sono riportati i risvolti di copertina del grande critico e studioso, che ci danno in poco spazio – e in poco tempo – il senso profondo di libri che avrebbero molto da dirci ancora oggi.