• on Novembre 11, 2022

Colombia. “Pace totale”, il Parlamento ha votato la legge che “innesca” il processo. La Bella: “C’è un clima nuovo”

“Pace totale”. Il nome è impegnativo, l’aggettivo pure. Di conseguenza, lo è anche il programma. Soprattutto se riguarda un Paese, la Colombia, che da sessant’anni ha conosciuto la guerra, con dieci milioni di vittime. Un conflitto interno solo smorzato, ma non annullato, dall’accordo del 2016 con la principale guerriglia, le Farc. Eppure, sulla “pace totale”, sulla “rivoluzione della pace”, ha puntato tutte le sue carte il nuovo presidente Gustavo Petro, in carica da poco più di tre mesi. La scorsa settimana il Parlamento ha votato la legge che “innesca” il processo della “pace totale”, dando mandato al Governo di dialogare non solo con l’altra guerriglia marxista rimasta, l’Esercito di liberazione nazionale (i colloqui prendono il via in questi giorni a Caracas), ma anche con la dissidenza delle Farc, che non ha firmato o ha disdetto l’accordo del 2016, e con il variegato arcipelago di “bacrim” (bande criminali) e gruppi paramilitari (dal “Clan del Golfo” ai “pelusos”, eredi del gruppo maoista Epl). Con tutti, insomma. Passi in avanti si stanno registrando anche nei due fattori che hanno costituito rispettivamente l’innesco e il detonatore della lunghissima stagione della guerra colombiana: la questione agraria, emblema del Paese forse più diseguale del Sudamerica, e il narcotraffico. A inizio ottobre, il Governo ha siglato un accordo con la Fedegan, la Federazione degli allevatori, acquistando tre milioni di ettari in varie zone del Paese, che serviranno anzitutto per concretizzare l’accordo di pace del 2016 nella sua parte non rispettata, quella cioè della ripartizione delle terre a ex guerriglieri e ai piccoli agricoltori. Per “aggredire” il cancro del narcotraffico ci vorrà più tempo, e la Colombia non potrà fare da sola, trattandosi di una realtà continentale (l’America latina può ormai essere definita un “narco-continente”) e globale.

Un “clima nuovo”. “Non c’è dubbio – commenta per il Sir Gianni La Bella, docente di Storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia, presente a nome della Comunità di Sant’Egidio ai negoziati dell’Avana tra Governo e Farc e ai successivi, poi falliti, con l’Eln -.

Il Governo si sta muovendo con grande decisione, c’è un clima assolutamente nuovo.

Le speranze sono molte, l’unico dubbio che mi viene è che la carne al fuoco sia perfino troppa e che le grandi attese rischino di provocare in seguito una qualche delusione, trattandosi di processi complessi e di lunga durata, che non devono essere troppo dilazionati, ma piuttosto incanalati”. In ogni caso, “il dado è tratto”. Lo conferma, direttamente al Sir, il senatore di maggioranza Iván Cepeda Castro, che ha collaborato intensamente in questi anni con “Libera” di don Luigi Ciotti e con altre realtà internazionali antimafia. Pur non ricoprendo incarichi ufficiali di governo, Cepeda è un uomo chiave nell’attuale fase, tanto da seguire in prima persona il tema della riforma agraria e da essere definito “l’architetto della pace”.

Non solo dialoghi con i gruppi armati, ma riforme e una nuova cultura. Perché, dunque, parlare di “pace totale”? “È l’opzione politica centrale dell’attuale Governo – conferma il senatore -. Questo appellativo è giustificato dal fatto che, finora, non ha pagato procedere per aspetti settoriali, per piccoli passi. In particolare, si è pensato che la pace si ottenesse attraverso i tavoli di dialogo. Certo, anche questi sono importanti e quello che si aprirà entro novembre con l’Eln è certamente molto importante; però, serve una pace integrale, che includa i vari aspetti della questione.

È necessaria, rispetto al conflitto, una via d’uscita radicale”.

Pace totale, allora, ha due significati: “Da un lato, vuol dire parlare con tutti, con i gruppi e i soggetti coinvolti. Dall’altro lato, vuol dire cercare la pace nella sua globalità, anche attraverso riforme di carattere economico e sociale, creando una cultura di pace nella cittadinanza, puntando sulla partecipazione della popolazione. Il tema non può essere solo quello della sicurezza”. In questa prospettiva nasce il primo accordo sulla questione agraria, oltre agli appelli del presidente Petro sul fronte del narcotraffico. “Nel suo recente discorso all’Onu – aggiunge Cepeda – ha lanciato un appello a fare fronte comune, avvertendo che si tratta di un problema globale, e che si devono cercare soluzioni internazionali”.

Il “ruolo indispensabile della Chiesa”. Il senatore ritiene, inoltre, che nella prospettiva della “pace totale” la Chiesa abbia un “ruolo indispensabile di accompagnamento. La presenza delle diocesi, delle parrocchie, delle comunità religiose è molto radicata, chi se non la Chiesa può esercitare un accompagnamento, soprattutto nelle comunità locali, facendo in modo che la ‘pace totale’ diventi anche ‘pace territoriale’?”. Un ruolo confermato anche da La Bella: “Credo si debba ammettere che non sempre in passato è stato così, ma

in questo momento vedo la Chiesa colombiana molto decisa e impegnata sul tema della pace, più attiva rispetto a un tempo”.

Anche per il docente la questione delle riforme strutturali è centrale: “In particolare, lo è il tema agrario, che è connesso al narcotraffico per la crescente presenza di coltivazioni di coca. È una tendenza che è necessario invertire”. Numerosi, anche nelle ultime settimane, gli incontri, i seminari, i progetti avviati. Recentemente, durante un convegno tenuto nella sede della Conferenza episcopale colombiana, mons. Mario de Jesús Álvarez Gómez, vescovo di Istmina-Tadó, ha dichiarato: “Ci sono coincidenze tra la ‘pace totale’ del presidente Gustavo Petro e il messaggio di Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti. Abbiamo sane aspettative riguardo le proposte del presidente Petro. Propone la ‘pace totale’ per raggiungere accordi con i gruppi armati illegali. Siamo chiamati ad essere artigiani e pace in mezzo alla distruzione della violenza, al di sopra delle opinioni personali, per il bene comune dei popoli”.

Il “dovere” della pace. La Bella fa notare un’altra caratteristica del processo di pace che prende ora avvio: “Rispetto ai precedenti è molto più ‘colombiano’, con meno presenze internazionali di accompagnamento e garanzia”. Conferma parzialmente Cepeda: “Come colombiani, abbiamo il dovere di risolvere questo grande problema. Al tempo stesso, la presenza della comunità internazionale è molto importante, lo apprezziamo molto, e questo vale anche per l’appoggio permanente riceviamo dall’Italia e in modo speciale dal Vaticano”.

(*) giornalista de “La vita del popolo”