• on luglio 7, 2021

“Chiese a porte aperte” in Piemonte e Valle d’Aosta. Quando la bellezza è a portata di app

“La bellezza a portata di app”. Può essere racchiuso in questa frase, utilizzata da Peppo Auleta (nelle foto) in una sua storia su Instagram, il senso di “Chiese a porte aperte”, la rete di itinerari di arte sacra in Piemonte e Valle d’Aosta che consente la fruizione di una trentina di cappelle e luoghi di culto grazie ad un sistema di apertura e di narrazione automatizzate, attivabile grazie al proprio smartphone.
Nato sperimentalmente nel 2018, con i primi due beni interessati, ora il progetto vede coinvolti 26 luoghi che diventeranno 28 a breve, posti lungo sei itinerari geografici che attraversano le due Regioni. Si snodano dalla Valle d’Aosta al Canavese, nelle Valli Alpine, nel Monregalese, tra il Pinerolese e il Saluzzese, nel Monferrato, e tra Langhe e Roero.
“Il sistema – spiega Roberto Canu, coordinatore del progetto – è abbastanza innovativo perché

diamo la possibilità di accedere ai luoghi in autonomia e di visitarli accompagnati da una narrazione automatizzata in tre lingue, luci direzionali e musiche che gratificano chi vive questa esperienza perché permette a tutti di comprendere ciò che si sta osservando”.

Il tutto, per il singolo visitatore, è gestito semplicemente con l’app “Chiese a porte aperte”, la prima di questo tipo progettata in Italia e scaricabile gratuitamente dai principali store, che consente sia la prenotazione sia l’ingresso all’edificio attraverso un QR Code. “La cosa bella è che con questo progetto – commenta mons. Derio Olivero, vescovo delegato per i Beni culturali ecclesiastici della Conferenza episcopale di Piemonte e Valle d’Aosta –

chiunque ha le chiavi delle chiese.

Ed è innovativo poter dire a chiunque, che abiti nel territorio circostante o che arrivi anche dalla Germania o dalla Svizzera, ‘Tu hai la chiavi, puoi venire quando vuoi’”. Il vescovo sottolinea una duplice valenza: per i turisti, che possono entrare in “molti gioielli che, purtroppo, normalmente sono chiusi, e che in questo modo restano aperti, ogni giorno, tutto l’anno”; e per la gente del territorio che “qualche volta può andare tranquillamente in qualche chiesa vicina, godersi la meraviglia e dedicare anche solo pochi minuti del proprio tempo per vivere un momento spirituale”. E, osserva mons. Olivero,

se da un lato “abbiamo ancora da fare il salto su un ‘uso spirituale’ – aiutando a far conoscere e appropriarsi di luoghi nei quali trascorrere del tempo per riflettere, riposarsi, pregare”, dall’altro “molte comunità stanno scoprendo tesori che erano quasi sconosciuti. E qualcuno sta iniziando a vedere l’opportunità che si crea sul versante dell’accoglienza turistica”.Quelli coinvolti, aggiunge Canu, “sono luoghi che sono curati dalla comunità locale e che hanno già un gruppo di volontari e a loro diamo un supporto per estendere il numero di giornate di apertura”.

“La tecnologia è un ausilio all’imprescindibile presenza umana”,

prosegue il coordinatore del progetto, rimarcando come un “servizio on demand permetta, anche in periodi di bassa stagione, di fruire di un momento e di uno spazio di arte, di contemplazione o anche di meditazione secondo la motivazione che spinge alla visita”.
“La chiave di comprensione di quello che stiamo facendo è la parola contaminazione”, precisa don Gianluca Popolla, incaricato regionale per i Beni culturali ecclesiastici di Piemonte e Valle d’Aosta.

“Contaminando di contemporaneo e di moderno l’antico, cerchiamo di far capire come ci sia una continuità nella dimensione culturale, dove alcuni elementi di fondo, alcuni valori e anche alcune istanze dell’uomo rimangono tali”.

“Il passato – sottolinea – ha dei contenuti che continuano ad essere profondamente contemporanei e radicati nei valori e nelle esigenze degli uomini, delle donne, delle nostre comunità”. “Un po’ provocatoriamente – gli fa eco Canu – si può dire che il patrimonio non esiste se non collegato alle persone, sia a quelle che lo hanno creato sia a quelle di oggi.

C’è necessità di riuscire a riconnettere le persone con questo grandissimo deposito di testimonianze.

E, quindi, i linguaggi si devono per forza attualizzare”. “Luoghi e opere – conclude – riescono a rivivere attraverso gli occhi dell’uomo contemporaneo”, dimostrandosi “ad un visitatore del terzo millennio qualcosa in grado di attivare, stimolare, emozionare e far riflettere”.
Questo è quanto sta vivendo il giovane Peppo Auleta, che condivide su Instagram, attraverso storie sul canale @pe_pp_one, ciò che offre “Chiese a porte aperte” e le sue esperienze di visitatore. Laureato in Design, Auleta partecipa al laboratorio interreligioso “Rerum Futura” promosso dal Servizio per l’Apostolato digitale dell’arcidiocesi di Torino. Ed è in questo contesto che è maturata la proposta, vista “la mia passione – spiega – di raccontare attraverso immagini, videoediting e narrazione”.


“L’obiettivo – aggiunge – è quello di far conoscere il progetto ai giovani, in particolare studenti delle superiori e universitari”. Ispirandosi a Philippe Daverio, sta vestendo i panni del divulgatore “raccontando esclusivamente le mie emozioni pure e crude condividendole con instant stories”. Proprio in questi giorni verrà pubblicato il quarto video: anche questo passerà in rassegna “tutto quello che mi è successo dalla prenotazione prima della partenza fino all’apertura della porta della chiesa e poi le prime, reali, sensazioni all’interno. Perché non c’è nulla di finto o costruito, sono semplicemente me stesso”. Anche ad Auleta

“è successo in tutti i luoghi che ho visitato di essere sorpreso ed emozionato. Il valore del progetto – assicura – è racchiuso all’interno della narrazione accompagnata da luci e suoni. È davvero qualcosa di caratteristico, molto più che sbloccare una porta con un’app, aspetto che all’inizio mi sembrava il più accattivante”.


Positive anche le reazioni dei follower: “Dagli amici più intimi ho ricevuto molte domande, anche personali. E alcuni hanno poi provato la mia stessa esperienza”. A questo si aggiungono le tante interazioni, possibili con gli strumenti Instagram, e le richieste “più formali” arrivate su Facebook, dove le stories vengono ricondivise.
La speranza è che il suo racconto contribuisca a far decollare la rete di “Chiese a porte aperte” che, dalla sua nascita, è costantemente in crescita, nonostante per ora si sia sviluppata nei territori e non nelle città. I dati di giugno parlano di circa 800 visite in tutto il mese, e l’obiettivo è quello di raggiungere le 1.000 visite mensili. “L’auspicio – conclude mons. Olivero – è che questo circuito possa entrare in quello turistico di ampio livello, non solo regionale ma richiamando visitatori anche da fuori Italia”.