• on marzo 5, 2021

Chi è Abramo? Il primo chiamato a uscire dall’infantilismo

Oggi inizia il viaggio apostolico del Papa in Iraq, la terra di Abramo, per rilanciare un messaggio di fratellanza universale quantomai urgente e necessario… ma chi è Abramo?
Chi è costui, che nelle parole dello stesso Gesù si identifica addirittura con l’al di là dei giusti pre-pasquali, per i quali la beatitudine equivarrebbe a riposare sul suo seno, come ci diceva il Vangelo nella liturgia di ieri (Lc 16, 19-31)?

Vogliamo accompagnare questi giorni di pellegrinaggio del Papa con alcune riflessioni che proveranno a tratteggiare l’identità del padre di moltitudini di credenti ebrei, cristiani e islamici, almeno nei suoi tratti più salienti. Scopriremo forse che ognuno di noi, se si dice credente, potrà ritrovare nel Dna del suo spirito qualcosa del nostro comune padre Abramo.

Iniziamo questo viaggio dalla prima volta in cui Abramo compare nella Bibbia, ancora con il suo vecchio nome: siamo al capitolo 12 della Genesi; sono appena finiti i capitoli “eziologici”, ovvero i racconti che, con un misterioso linguaggio mitico che vuole prendere insieme storia e meta-storia, indagano il perché di ciò che nel mondo avviene. Dal capitolo 12 siamo nella pura e semplice storia lineare, fatta di persone ben precise ed eventi messi in moto dalle loro scelte.
A dire il vero, Abram compare anche alla fine del capitolo precedente, e per capire i primi passi di questo personaggio sarà bene vedere i due brani (Gen 11, 27-32; 12, 1-4) uno di seguito all’altro.
Questa è la discendenza di Terach: Terach generò Abram, Nacor e Aran; Aran generò Lot. Aran poi morì alla presenza di suo padre Terach nella sua terra natale, in Ur dei Caldei. Abram e Nacor presero moglie; la moglie di Abram si chiamava Sarài e la moglie di Nacor Milca, che era figlia di Aran, padre di Milca e padre di Isca. Sarài era sterile e non aveva figli.
Poi Terach prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè di suo figlio, e Sarài sua nuora, moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nella terra di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono.
La vita di Terach fu di duecentocinque anni; Terach morì a Carran.
Il Signore disse ad Abram:

“Vattene dalla tua terra,
dalla tua parentela
e dalla casa di tuo padre,
verso la terra che io ti indicherò.
Farò di te una grande nazione
e ti benedirò,
renderò grande il tuo nome
e possa tu essere una benedizione.
Benedirò coloro che ti benediranno
e coloro che ti malediranno maledirò,
e in te si diranno benedette
tutte le famiglie della terra”.

Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot.

La storia familiare di Abram (non si chiama ancora “Abramo”) è una storia peculiare, perché è segnata dalla morte prematura: Terach sopravvive a suo figlio Aran, e questo è un evento unico e “contro natura” rispetto al consueto, e la moglie di Abram è sterile. Uno sguardo superficiale avrebbe detto che di tutti i rami del grande albero genealogico di Adamo, questo era evidentemente il più scadente, il cavallo zoppo nella corsa… eppure proprio su questo ramo sterile si fissa l’attenzione di Dio, e proprio da qui inizia la grande avventura biblica.

Poi inizia il capitolo 12, e Dio chiama Abram a lasciare la casa paterna per entrare in possesso della terra di Canaan, la Terra promessa: solo che Dio chiede ad Abram di mettersi in cammino verso Canaan… mentre Abram è già in cammino verso Canaan!
La chiamata di Dio arriva in corso d’opera, ed è anzitutto una chiamata a guardare con occhi nuovi la realtà che c’è già, trovandone il senso e la direzione. Non solo: Dio chiede ad Abram di obbedire alla sua storia, facendo di una scelta paterna (il “trasferimento” fuori Ur) una scelta sua, in linea con la ricerca della propria vocazione.
La vocazione di Abram arriva come invito a lasciare la casa paterna (cfr. Gen 12, 1). Sin dall’inizio entrare nella propria vocazione aveva significato lasciare i propri genitori: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne.” (Gen 2, 24).

Lo vediamo anche, “e contrario”, nei casi di fallimento vocazionale descritti nel Nuovo Testamento, che dipendono tutti dal fatto di non voler lasciare la casa paterna: “A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Gli replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio”.” (Lc 9, 59-62).
Ad Abram è chiesto da Dio di assumersi la responsabilità della propria vita: non sarà più suo padre a prenderlo e a portarlo in giro (cfr. Gen 11, 31), ma dovrà essere lui a seguire la chiamata che Dio gli rivolge nel cuore. Rispondere alla propria vocazione significa, per Abram e per noi, accettare di uscire dall’infantilismo per cui altri decidono per noi, “per il nostro bene”, esponendoci invece all’avventura della vita – avventura in cui Dio, sia chiaro, non firma cambiali e non anticipa nulla, perché non ci vuole “rassicurare”, ci vuole fare crescere.

Ecco perché parla al futuro (“verso la terra che io ti indicherò”, Gen 12, 1b): Dio parla al futuro, perché si aspetta un’obbedienza nel quotidiano. Ogni giorno ci dice quale passo dobbiamo compiere, perché ogni giorno possiamo compiere un passo soltanto!

Rimane verissimo che Dio chiama a partire da quanto c’è, come abbiamo detto sopra. Dio non è né folle, né arbitrario, né tirannico: ogni vocazione mira dare senso alla vita che la persona si trova già a vivere; quello che “già c’è” è il primo passo, ma è solo il primo passo, da accogliere e comprendere per partire davvero, e poi compiere il successivo.

Ciascuno di noi figli di Abramo è chiamato a vivere la stessa traiettoria di uscita dalla “casa paterna” per attuare la propria vocazione, per esercitare la propria fecondità nel mondo che Dio man mano verrà dispiegandoci. Uscire dal cerchio di morte e di non-senso che equivale al “già-da-sempre-fatto” e “già-da-sempre-vissuto” equivarrà anche per noi a fidarci dello Spirito, che muove ogni giorno, quando è davvero Lui a parlare in noi, “da qui in avanti”.