• on ottobre 15, 2021

Cesvi: sempre più lontano l’obiettivo “Fame Zero” entro il 2030

La fame aumenta. E non è un modo di dire per indicare il desiderio di rinascita economica dopo la pandemia. La fame, quella vera, cresce nel mondo. A dirlo è l’Indice globale della fame, uno dei principali rapporti internazionali per la misurazione della fame, curato dalla Fondazione Cesvi per l’edizione italiana, giunta alla sedicesima edizione. Il rapporto è stato realizzato da Welthungerhife e Concern Wordlwide, due organizzazioni umanitarie che, insieme a Cesvi, fanno parte del network europeo Alliance 2015. L’analisi ha preso in considerazione 116 Paesi in cui è stato possibile calcolare il punteggio GHI sulla base dell’analisi di quattro indicatori: denutrizione, deperimento infantile, arresto della crescita infantile e mortalità dei bambini sotto i cinque anni.
Dopo decenni di declino, la denutrizione sta aumentando, specie in Africa subsahariana e Asia meridionale, e allontana l’obiettivo “Fame Zero”, fissato dalle Nazioni Unite al 2030. Il mix letale di conflitti armati, pandemia e cambiamento climatico ha spazzato via gli sforzi degli ultimi anni per arrestare la curva. Nel 2020, infatti, erano 155 milioni le persone in stato di insicurezza alimentare acuta, 20 milioni in più rispetto all’anno precedente. Secondo l’Indice globale della fame 2021, in 47 Paesi in particolare la fame resta eccezionalmente elevata con scarse possibilità di ridurla a livelli bassi entro la fine del decennio. Tra i Paesi fanalino di coda, la Somalia, registra un livello di fame “estremamente allarmante” (50,8 punti), seguìto da nove Paesi con un livello “allarmante” (Ciad, Madagascar, Repubblica Centroafricana, Repubblica Democratica del Congo e Yemen, Burundi, Comore, Siria e Sud Sudan). Infine per altri 37 Paesi la fame risulta “grave”. È il caso di Afghanistan, Haiti, India, Pakistan, Sudan, Etiopia, Nigeria e Venezuela. Rispetto al 2012, la fame è aumentata in dieci Paesi, inclusi Repubblica del Congo, Sudafrica, Venezuela e Yemen.
“La lotta alla fame è pericolosamente fuori strada. È urgente spezzare il circolo vizioso con cui fame e conflitto si alimentano l’un l’altro”, commenta la presidente della Fondazione, Gloria Zavatta.

E infatti, in base al rapporto, nel 2020 erano 169 i conflitti attivi. Non a caso otto dei dieci Paesi con livelli di fame “allarmanti” o “estremamente allarmanti” coincidono con teatri di guerra: dalla Repubblica Democratica del Congo alla Nigeria, dal Sud Sudan alla Siria fino a Yemen e Somalia. I conflitti violenti hanno un impatto devastante sui sistemi alimentari poiché ne pregiudicano ogni aspetto, dalla produzione al consumo. E l’insicurezza alimentare duratura è tra le principali eredità di una guerra. Allo stesso tempo, l’aumento dell’insicurezza alimentare può condurre a conflitti violenti.

“L’acuirsi dei conflitti è uno dei fattori scatenanti che determinano la fame e l’insicurezza alimentare”, osserva Maurizio Martina, già ministro per le Politiche agricole e attuale vice direttore generale della Fao.

“Conflitti e fame si rafforzano a vicenda

– spiega Martina -, dobbiamo affrontarli insieme per porre fine a questo circolo vizioso, attraverso interventi umanitari e progetti di sviluppo ben coordinati e complementari. Gli interventi che aumentano la resilienza e l’inclusività dei mezzi di sussistenza basati sull’agricoltura e supportano la sicurezza alimentare hanno un ruolo importante nella promozione della pace, poiché affrontano non solo i sintomi ma anche le cause profonde del conflitto”.
È ancora presto per quantificare le conseguenze della pandemia sulla sicurezza alimentare nel mondo ma in base alle previsioni della Fao, nel 2030 le persone denutrite saranno 657 milioni, circa 30 milioni in più. “I progressi verso l’obiettivo Fame Zero non solo stanno rallentando, ma la lotta contro la fame sta vivendo una battuta d’arresto”, commenta Valeria Emmi, Advocacy senior specialist di Fondazione Cesvi. E aggiunge: “Secondo l’Oms, entro il 2030 solo il 25% dei Paesi sembra in grado di dimezzare il numero di bambini affetti da arresto della crescita e solo il 28% di far scendere il deperimento infantile al di sotto del 3% e mantenerlo a questo livello. Le proiezioni delle Nazioni Unite d’altro canto ci dicono che ben 53 Paesi devono accelerare oggi i progressi se vogliono portare i tassi di mortalità infantile al di sotto del 2,5%. Dati che ci fanno allarmare. In questo scenario la crisi pandemica non fa altro che aggravare la situazione. La precarietà dei sistemi alimentari e il conseguente aumento delle persone in situazione di grave insicurezza alimentare richiedono quindi azioni urgenti e consistenti. Tra queste, è necessario un cambiamento radicale dei nostri sistemi alimentari”.