• on gennaio 2, 2021

Centro calabrese di solidarietà. Mantelli: “Con ‘don Mimmo’ sono fioriti mille progetti a favore degli ultimi”

Molti sognavano di poter avere in futuro mons. Domenico Battaglia alla guida di una delle diocesi della Calabria, terra in cui è nato. Sabato 12 dicembre è arrivata, invece, la notizia ufficiale: Papa Francesco ha nominato “don Mimmo”, come lui ama farsi chiamare da sempre, arcivescovo di Napoli. Nei prossimi mesi farà il suo ingresso nella diocesi partenopea, accompagnato dall’affetto, dalla stima e dalla preghiera costante di quanti l’hanno conosciuto nelle realtà in cui si è impegnato e ha lasciato un segno positivo indelebile. Proprio come il Centro calabrese di solidarietà, di cui è stato presidente dal 1992 al 2016. A parlare al Sir del Centro, struttura legata alle Comunità terapeutiche (Fict) di don Mario Picchi, di quanto sia cresciuto sotto la guida di “don Mimmo” e delle difficoltà di oggi, causate dall’emergenza sanitaria da Covid-19, è Isolina Mantelli, l’attuale presidente, che per 25 anni ha collaborato a fianco di mons. Battaglia, dal 2016 vescovo di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti.

Il Centro calabrese di solidarietà nasce nel 1986 per occuparsi di tossicodipendenti. Oggi è un ente no profit che opera nel campo del disagio e dell’emarginazione giovanile, attraverso l’accoglienza, il prendersi cura e l’attivazione di azioni di reinserimento di sociale di soggetti svantaggiati quali donne vittime di violenza, tossicodipendenti, alcoldipendenti, immigrati, giovani disagiati e famiglie. “Man mano che siamo andati avanti con la presidenza di Mimmo – racconta Isolina – abbiamo costruito tutti i pezzetti che mancavano: abbiamo iniziato a occuparci delle famiglie dei tossicodipendenti, della formazione professionale dei ragazzi per un inserimento nel mondo lavorativo, poi abbiamo pensato di fare prevenzione, partendo dagli adolescenti fino ad arrivare alle famiglie. Adesso abbiamo un centro per la famiglia con un sostegno alla genitorialità”. Insomma, l’impegno nel campo della tossicodipendenza “ha costituito le nostre radici ma da quelle radici sono nati mille fiori. Guardando le tossicodipendenti ci è venuto in mente che c’era uno specifico di donne: quelle che vendevano il loro corpo e venivano abusate, quelle che avevano una storia di violenze subite. Quindi abbiamo aperto una casa rifugio e un centro antiviolenza. Con gli adolescenti lavoriamo sul tempo libero e sui centri di aggregazione. Un altro nostro impegno è a favore dei rom. E ora abbiamo aperto il grande capitolo della povertà educativa e delle comunità educanti”. Mantelli sottolinea: “Anche dopo che don Mimmo ha lasciato la presidenza, avendo seminato bene e dato grande impulso, il Centro oggi continua a fiorire”. I volontari sono tantissimi, gli operatori 32, molti i collaboratori esterni, anche il direttivo del Centro è costituito da volontari.

Adesso, inevitabilmente, l’emergenza Covid sta pesando anche sul Centro: “Abbiamo una quarantina di persone seguite nel settore della tossicodipendenza, rispetto alle 56 in tempi normali; nella casa rifugio ci sono dieci persone tra mamme e bimbi, il massimo che possiamo ricevere – spiega la presidente -. La prima ondata di Covid ci ha preso alla gola, in questa seconda siamo più preparati. Ci siamo organizzati per mettere in sicurezza le persone, abbiamo chiuso le porte, anche ai volontari, per salvare gli ospiti delle comunità. Io sono medico: quando gli altri dicevano che le mascherine servivano solo ai sanitari, all’inizio della prima ondata, noi abbiamo iniziato con i laboratori di mascherine e ne abbiamo fatte subito tante, realizzato detergenti per le mani, cominciato a sanificare gli ambienti. Abbiamo dovuto bloccare gli ingressi. Ora abbiamo costruito tutti i percorsi di ingresso protetti, quindi stanno rientrando i ragazzi; ma siccome mantenere un periodo di quarantena, per chi entra, è difficile, abbiamo comprato i reagenti rapidi per fare i tamponi e accorciare i tempi dell’isolamento. È tutto complicato, oltre ai soldi spesi per mettere in sicurezza e per l’acquisto di saturimetri e termoscanner, anche dal fatto che non sono potuti tornare i volontari, tranne i medici, come me, e non abbiamo potuto riattivare i laboratori, le palestre.

Il coronavirus ci ha resi più poveri, non solo economicamente, ma con meno possibilità da dare a questi ragazzi”.

E proprio i ragazzi stanno a cuore di chi s’impegna nel Centro. Con l’arcivescovo eletto di Napoli “abbiamo condiviso un’utopia: lui era l’enorme poesia, ci ha donato tanta bellezza”, dice Isolina, che puntualizza: “Sento ripetere spesso che Mimmo è un prete di strada.

Io direi un prete e basta. Un prete con una grande e profonda spiritualità,

che fa continuamente discernimento. Sa molto ascoltare, sa mantenere il silenzio per permettere all’altro di parlare e sa anche usare la parola come carezza terapeutica. Quando avevamo un problema correvamo tutti da lui riversandogli addosso i nostri problemi perché già quell’ascolto ci faceva bene e la sua parola ci faceva ancora meglio”. Non solo: “don Mimmo” ha “la capacità di farti sentire accettato senza giudizio. I ragazzi del Centro si sentivano accolti e in quanto accolti si potevano permettere di cambiare, non provavano la vergogna di dover manifestare la loro parte più fragile, la loro piccolezza. È facile consegnare a Mimmo la parte piccola di noi perché lui non la ferisce. Nel mondo di oggi cerchiamo di nascondere la nostra parte fragile perché temiamo che l’altro possa usare questa conoscenza per farci male mentre con don Mimmo viene naturale. Per i giovani è un maestro, un fratello grande. Ad esempio, la messa al Centro era molto partecipata e la sua omelia diventava spunto di una riflessione collettiva, corale per i ragazzi”.

È solo di qualche giorno fa la videochiamata tra la “famiglia” del Centro e l’arcivescovo eletto di Napoli: “Gli abbiamo detto che, Covid permettendo, vorremmo essere con lui all’ingresso in diocesi, come già abbiamo fatto all’ingresso a Cerreto. Dovrebbe essere tra fine gennaio e inizi di febbraio, sempre che l’epidemia lo consenta. Noi vorremmo essere accanto a lui, perché per noi è un fratello. Lui ha celebrato il matrimonio di tutti i nostri operatori, battezzato i loro figli, è entrato nelle nostre vite. Ora di fronte al nuovo impegno in cui è stato chiamato consegna tutto nelle mani di Dio. Lui ha una grande spiritualità e una grande attenzione per il sociale, unisce nella sua persona la preghiera e il fare, la grazia e l’essere”.