• on aprile 21, 2021

Centinaia i sacerdoti, vescovi, religiosi e suore morti per il Covid-19. Mons. Lozano (Celam): “Molti contagiati nei quartieri popolari, negli ospedali. Portavano consolazione ai poveri”

“Alcuni li conoscevo. Sono morti nel loro profondo desiderio di accompagnare i sofferenti, di toccare ‘la carne sofferente del popolo’, come la definisce papa Francesco. Molti sono stati contagiati nei quartieri popolari, nelle mense, negli ospedali, per aver voluto portare consolazione ai più poveri”. Ricorda così, al Sir, il segretario generale del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), mons. Jorge Eduardo Lozano, vescovo di San Juan de Cuyo (Argentina) i tantissimi sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose deceduti dopo aver contratto il Covid-19. Un dramma nel dramma, che prosegue con ritmo accelerato negli ultimi giorni. La variante “brasiliana” sta infatti diventando il moltiplicatore di una lunga e terribile seconda ondata in tutto il continente latinoamericano.

Quanti sono i sacerdoti deceduti nell’area dell’America Latina e dei Caraibi? Sicuramente diverse centinaia, non è azzardato ipotizzare una cifra vicina al migliaio. Difficile dare un numero esatto, in assenza di una mappatura complessiva. Il Sir ha preso contatto con le Conferenze episcopali dell’area. In alcuni casi è stata tenuta questa triste contabilità, in altri si avanzano solo delle stime, in altri ancora le mappature esistenti sono considerate non attendibili (ampiamente per difetto) dagli stessi estensori. In ogni caso, si tratta di un esercizio difficile, proprio perché le tragiche notizie si susseguono tutti i giorni. “In Messico sono morti più di 250 sacerdoti”, ha detto il segretario generale, mons. Alfonso Miranda Guardiola, vescovo ausiliare di Monterrey. Il rapporto del Centro cattolico multimediale riportava a fine marzo 245 deceduti tra vescovi, sacerdoti, diaconi e religiosi. Ma si tratta di dati parziali, dato che non tutte le diocesi collaborano.
In Brasile, l’unico dato esistente, elaborato dalla Commissione nazionale per il clero risale a inizio marzo, riportava la morte di 65 sacerdoti, a fronte di 1.455 contagiati. Numeri in tutta evidenza superati, e certamente sottostimati.
Aggiornata, invece, la mappatura della Conferenza episcopale in Venezuela (201 sacerdoti contagiati e 24 deceduti, tra i 2.002 sacerdoti presenti in Venezuela, il numero di coloro che hanno contratto il virus rappresenta il 10% del totale del clero venezuelano) e in Colombia (60 sacerdoti deceduti e 37 religiose).
In Ecuador la ricerca è in corso, così come in Perù, ma solo nella capitale Lima i sacerdoti morti sono almeno una decina, e vari decessi si segnalano negli ultimi giorni nelle regioni amazzoniche. Circa 15 i morti in Nicaragua, Paese nel quale le autorità continuano gli effetti del contagio.
In altri Paesi meno estesi, i numeri sono più ridotti, secondo quanto riferito al Sir: un sacerdote anziano deceduto in Uruguay, due in Honduras, due a Porto Rico, nessuno ad Haiti e a Cuba.

Sono circa venti i vescovi morti a causa della pandemia. Tra questi, certamente 7 in Brasile, tra cui un cardinale (l’arcivescovo emerito di Rio de Janeiro, il card. Eusébio Oscar Scheid), 5 in Messico, 3 in Venezuela, 2 in Colombia, uno in Perù, Bolivia, Nicaragua, Argentina ed Ecuador.

Tra i deceduti, due erano nati in Italia. Si tratta del vescovo emerito di Neuquén (Argentina), mons. Marcelo Angiolo Melani, salesiano originario di Firenze, morto il 14 aprile a Pucallpa, nell’Amazzonia peruviana, all’età di 82 anni. Il vescovo si trovava in Perù dalla fine del 2019, come missionario “ad vitam”.

L’altro italiano è mons. Eugenio Scarpellini, vescovo di El Alto (Bolivia), bergamasco, 66 anni. Circa un anno fa il Sir lo intervistava per chiedergli come viveva il dramma del suo territorio d’origine. Il 15 luglio sarebbe stato lui a morire, in un Paese dal sistema sanitario assai precario, dopo una vita dedicata alla missione ad gentes.

Missionario, in Africa, era anche l’ultimo dei sette vescovi brasiliani deceduti, mons. Pedro Carlo Zilli, del Pime e vescovo di Bafatá (Guinea-Bissau). “Era rimasto missionario anche da vescovo, sempre vicino alla gente in modo semplice, ci manca tantissimo”, riferisce al Sir Monica Canavesi, missionaria laica del Pime che opera nella Caritas di Bafatá.

Tra i vescovi che non ce l’hanno fatta anche una “colonna” della Chiesa peruviana e latinoamericana, mons. Luis Bambarén Gastelumendi, gesuita, vescovo emerito di Chimbote, deceduto in marzo a 93 anni: da ausiliare di Lima accompagnò la vita dei poveri nei cosiddetti “pueblos jovenes”; più tardi ebbe un ruolo chiave nel fronteggiare la guerriglia di Sendero Luminoso.

Da citare anche la scomparsa di mons. Arturo Lona Reyes, emerito di Tehuantepec (Messico), all’età di 95 anni. Conosciuto come il “vescovo dei poveri”, è stato un instancabile difensore dei diritti umani, della pastorale indigena.

Difficile, tra i tantissimi sacerdoti, diaconi, missionari, religiosi e religiose, segnalare alcuni profili. Non vanno, in primo luogo, dimenticati coloro che non hanno cessato di stare con il loro popolo nelle immense metropoli latinoamericane. Come padre Basilio Brítez, noto come padre Bachi, che pur trovandosi già in precarie condizioni di salute è rimasto vicino ai malati e alla gente delle “villas”, i quartieri poveri di Buenos Aires. “Se penso a un sacerdote morto a causa del Covid indico lui”, ci dice mons. Lozano, che ricorda il grande concorso popolare ai suoi funerali. Ampia eco ha avuto a Buenos Aires anche la morte di padre Pedro Velasco Suárez, sacerdote dell’Opus Dei e cappellano in una scuola frequentata soprattutto da ragazze delle “villas”. Si è contagiato continuando a servire le persone di strada un frate francescano conosciutissimo a Bogotá, capitale della Colombia, padre Gabriel Gutiérrez Ramírez, noto come “Frayñero”. Restando in Colombia, straziante anche la morte, a soli 33 anni, avvenuta poco più di un anno fa a Cartagena, di suor Johana Rivera Ramos, attiva tra i giovani e le famiglie. È stata la prima morta di Covid-19 nel Paese. Giovanissimo anche il frate francescano Simplício José do Menino Jesús, morto a 28 anni a Fortaleza, nel nordest del Brasile, dopo essere stato al fianco delle persone di strada. In Bolivia, a La Paz, viene pianto il provinciale dei salesiani, padre Juan Pablo Zabala.

Tantissimi i sacerdoti morti anche nelle regioni amazzoniche. Alcuni esempi: il missionario pallottino Celestino Ceretta, settantanovenne, morto a Manaus, in Brasile in gennaio, dopo essere stato una pietra miliare degli studi sull’Amazzonia e sulla missione; recente il decesso del francescano Manoel da Silva Lima, avvenuto a Santarém; in Venezuela, in zone dove i sacerdoti sono molto pochi e coprono grandi distanze, hanno recentemente perso la vita padre José Taguaruco, frate cappuccino, nel vicariato apostolico del Caroní, nel sudovest del Paese, e il missionario claretiano padre José Nobrega, nel vicariato apostolico di Tucupita, nel nordovest. Grande il dolore, proprio in questi giorni, a Puerto Maldonado (Perù), per la morte del primo domenicano indigeno del vicariato apostolico: Domingo Sapaa Gechije, 86 anni, del popolo Ese Eja. Ha dedicato la sua vita al dialogo con i popoli originari.

Accanto a indigeni e afro si è sviluppata anche la missione in Colombia di padre Constantino Gutiérrez Gómez, dei padri di Yarumal, direttore del dipartimento per le Etnie della Conferenza episcopale messicana. In Messico, tra i tanti che se ne sono andati, c’è padre Pedro Pantoja Arreola, fondatore della Casa del Migrante di Saltillo (Coahuila).

“L’assemblea ecclesiale dell’America Latina e dei Caraibi, prevista nel prossimo novembre sarà l’occasione giusta per rendere omaggio a questi sacerdoti e religiosi – conclude mons. Lozano – , così come a quelli uccisi per la loro testimonianza di fede e per il loro impegno sul fronte dei diritti umani e dell’ambiente”.

 

(*) giornalista de “La vita del popolo”