• on luglio 3, 2020

Cavalcare il disagio è facile, ma il Paese non ha bisogno di anti-politica

La situazione politica offre molti e gravi motivi di preoccupazione, ma per non indulgere a una narrazione catastrofista – in cui l’unico tema di dibattito sembra essere quello della tenuta del governo – bisogna pur mettere in evidenza i segnali positivi. E’ arrivato finalmente, da parte del premier Conte, l’invito rivolto alle opposizioni per un incontro sui temi cruciali della ripresa del Paese. Annunciato al termine degli Stati Generali, è rimasto nel cassetto per qualche giorno. Non è il momento di facili illusioni, alla vigilia di una nuova manifestazione di piazza del centro-destra. Ma intanto il segnale c’è stato. Così pure, uscendo dal perimetro dei soggetti politici in senso stretto, il richiamo del presidente di Confindustria alla necessità di un confronto con Governo e sindacati – dopo gli esordi molto “militanti” del neo-leader degli imprenditori – si colloca su una linea di ragionevole approccio dialogico ai problemi. Ma il segnale più rilevante arriva dal Parlamento, con l’avvio del dibattito in Aula (dopo l’approvazione in commissione) del ddl Del Rio-Lepri, il disegno di legge delega relativo all’assegno unico per i figli. Un provvedimento che di fatto ha anticipato uno degli aspetti fondamentali del Family Act recentemente varato dal Governo e che prosegue il suo percorso parlamentare in un clima sostanzialmente collaborativo tra le forze politiche di maggioranza e opposizione. E’ la dimostrazione che quando si mettono da parte non le idee (ci mancherebbe) ma le ideologie, sulla concretezza dei problemi è possibile trovare punti di convergenza nell’interesse di tutti. Bisogna far presto. E che il tema del sostegno alle famiglie e alla natalità debba essere in cima alle priorità del Paese lo testimoniano ancora una volta i dati del Rapporto annuale dell’Istat, con indicazioni impressionanti sulle conseguenze del Covid anche a livello demografico.
Allo stesso tempo, ci sono da registrare i segnali negativi di un ritorno delle parole d’ordine ideologiche del populismo, a cominciare dai due temi-chiave dell’immigrazione e dell’Europa. E questo può avvenire, nonostante le prove disastrose fornite di fronte alla pandemia dai leader populisti a livello internazionale, proprio perché almeno in casa nostra il pericolo del contagio si è fortemente ridimensionato e invece si fa sentire in tutta la sua durezza il disagio economico-sociale, con la disoccupazione in primo piano, come l’Istat sottolinea. Cavalcare questo disagio è drammaticamente facile, ma

il Paese non ha bisogno di anti-politica, quanto di buona politica.

Di risposte che nascano dal dialogo e dal confronto e che però sappiano concretizzarsi in decisioni operative, pur con tutti i limiti che ogni decisione politica comporta.
Le difficoltà del Governo nel mettere a punto l’attesissimo decreto sulle semplificazioni sono un sintomo evidente di un quadro politico in cui il riemergere delle pulsioni ideologiche, dentro e fuori la maggioranza, blocca i meccanismi decisionali e provoca continui rinvii. Il caso più macroscopico è quello del rapporto con l’Europa. Dopo una partenza tutt’altro che esaltante nel fronteggiare le conseguenze della pandemia, nella Ue si è innescato un processo di rilevanza epocale a cui la nuova presidenza di turno tedesca ha trasmesso ulteriore energia. Per il nostro Paese le risorse messe in campo rappresentano un’occasione formidabile che non può assolutamente essere perduta. Ma la politica italiana è impantanata in una discussione tutta ideologica sul Mes (uno degli strumenti previsti dalla strategia europea) a cui M5S, Lega e FdI sono contrari da sempre e a prescindere. Così si continua a posticipare una presa di posizione chiara: anche alla vigilia del prossimo Consiglio europeo probabilmente sarà votata una mozione parlamentare di compromesso in cui si approva il complesso delle misure e di fatto si rinvia a settembre una decisione di merito. Con quali conseguenze sull’incisività della posizione italiana è facile immaginare.
Il problema è che al momento una mozione della maggioranza che sdogani il Mes rischia di non avere i numeri in Parlamento, soprattutto in Senato dove le forze che sostengono il Governo hanno numeri molto risicati e proseguono i cambi di casacca dal M5S alla Lega. Una pratica che sa molto della peggiore Prima Repubblica ma che come sempre ogni partito giustifica quando se ne può avvantaggiare. Il paradosso è che a favore del Mes si è schierata da subito Forza Italia e non a caso Berlusconi si è spinto a ipotizzare esplicitamente la nascita di una nuova maggioranza intorno al rapporto positivo con l’Europa. Nessuno comunque azzarda previsioni che vadano oltre il mese di settembre, magari con un occhio alle elezioni regionali. Ma il Paese ha bisogno di poter guardare più avanti per ripartire davvero.