• on Maggio 18, 2022

Cammino sinodale. Don Di Leo (Umbria): “I laici vogliono essere protagonisti e non sentirsi manovalanza”

Nella terra di Francesco e Benedetto potrebbe esserci l’ispirazione di un rinnovamento per la Chiesa del terzo millennio. In passato è già avvenuto: prima il santo di Norcia, poi quello di Assisi hanno dato impulso a cambiamenti capaci di travalicare i confini dell’Umbria. È ciò che si augura don Calogero Di Leo, referente del cammino sinodale presso la diocesi di Perugia-Città della Pieve: “La regione si fa portatrice di una tradizione ispirata ai grandi santi per recuperare il rapporto con Dio che si fa carne e si sporca le mani. Porta la responsabilità del passato e la ricchezza che la contraddistingue soprattutto sul piano culturale e artistico”.

Nel percorso svolto, una delle istanze emerse è quella di approcciare la nuova evangelizzazione tramite la testimonianza di ogni battezzato, in tutti gli ambiti dell’esistenza. “Lo scopo è camminare insieme e permettere alla Chiesa di annunciare il Vangelo. Attorno a questo, c’è il corollario della bellezza artistica di cui l’Umbria è ricca. Basti pensare ad Assisi. I milioni di pellegrini che ogni anno vengono sono un’occasione unica di evangelizzazione e fare in modo che Cristo sia al centro della vita, che la Chiesa sia una presenza, una compagna di viaggio, nel cammino di vita della gente”.

Fra le criticità emerse dai gruppi sinodali c’è la difficoltà di vivere la condizione di “Chiesa in uscita” per colpa della pandemia. E poi c’è il divario con il mondo dei giovani. “Ci siamo accorti – commenta il referente – che nelle nuove generazioni c’è un atteggiamento di indifferenza. Soprattutto noi che viviamo in una regione totalmente impregnata dei segni del cristianesimo notiamo una contraddizione. Bisogna chiedersi per il giovane di oggi quale sia l’accezione di parole come perdono, realtà, famiglia o peccato. Verso i ragazzi abbiamo un approccio obsoleto”.
All’opposto, dal lavoro sinodale nella diocesi, emerge la necessità di dedicare una pastorale agli anziani. “L’unico che ne parla è Papa Francesco”, sottolinea don Calogero. Altro tema è il rapporto con la società: “la Chiesa non appare ancora attrezzata per affrontare le sfide del mondo contemporaneo, come l’accoglienza delle istanze del mondo omosessuale, la questione degli extracomunitari, dei profughi e dei disabili. Senza dimenticare la fatica per entrare in dialogo con il mondo della cultura”.

Il cammino nella diocesi umbra ha evidenziato più desideri. Il primo riguarda i laici: “vogliono essere protagonisti e non sentirsi manovalanza. In particolare, sulle scelte fatte da Papa Francesco di aprire i ministeri, il laicato femminile nutre grandi speranze. La Chiesa vuole scoprirsi missionaria e ministeriale, casa di tutti, in cui tutti sono responsabili del buon funzionamento”.

Il secondo è il desiderio di spiritualità, che “può sembrare paradossale – afferma – in una società nichilista e materiale come quella occidentale. Ma significa che il desiderio dell’infinito c’è sempre. Dobbiamo saper cogliere queste istanze, riprendere una vita di preghiera che ha nella famiglia il suo luogo sorgivo e trovare spazi di condivisione e lettura della Parola di Dio”. Per rispondere alle sollecitazioni, secondo don Calogero, il clero deve attrezzarsi ed essere “più formato per sentire la gente”. Allo stesso tempo, andrebbero istituiti “gruppi di formazione liturgica per una partecipazione più attiva e consapevole alla vita comunitaria” e pure di formazione politica, visto che “vediamo tutti la carenza di una classe di amministratori formati alla luce del pensiero della Chiesa”.

Chi ha ascoltato la voce dei più piccoli è in particolare don Francesco Menichetti, referente della diocesi di Gubbio. I suoi gruppi sinodali si sono infatti concentrati sui bambini delle scuole primarie e sugli adolescenti delle secondarie. “Abbiamo fatto una consultazione on line per ascoltare i ragazzi – spiega – . Gli insegnanti di religione si sono proposti come moderatori di incontro sinodale in aula chiedendo agli ragazzi la percezione e il ricordo che hanno della Chiesa”.
I piccoli hanno così disegnato la chiesa desiderata: “allegra, luminosa, accogliente verso tutti e colorata, con uno spazio dedicato a loro”. I più grandi hanno invece prodotto 1500 report, inviati per via telematica. La diocesi ha anche aperto una linea WhatsApp, dove i ragazzi potevano esprimere la propria opinione tramite messaggi vocali.
Le testimonianze raccolte denotano aspetti positivi della vita in parrocchia ed elementi più critici. “I ragazzi – riporta don Francesco – hanno un’esperienza bella di Chiesa. Tutti chiedono aggregazione e divertimento. La parte ludica imprime in loro un ricordo positivo. La parte in cui invece si avverte uno scollamento è quella liturgica, vissuta in maniera uniforme come un binario parallelo difficile da intersecare con la vita trascorsa in oratorio o nei campi scuola. L’aggettivo che ricorre di più è ‘noia’. Per loro, la parte liturgica è vissuta in maniera stanca ed emerge l’idea che sia qualcosa a se stante rispetto al vissuto della Chiesa. Riuscire a integrare le due parti sarà una sfida ardita. C’è poi – conclude – insofferenza verso la rigidità morale perché molti ragazzi vivono in famiglie dove i genitori sono separati o risposati. Emerge quindi la non comprensione per la esclusione dai sacramenti”.