• on agosto 26, 2021

Buona, vecchia nuova scuola. Problemi e interrogativi antichi sono stati aggravati dall’era Covid

La scuola sarà in presenza da settembre, senza Dad. Ma regioni e comuni potranno scegliere un non auspicato ritorno alla didattica a distanza in casi eccezionali. Le nuove norme impongono, salvo casi d’eccezione, l’obbligatorietà del Green Pass a docenti e personale Ata, non per gli studenti, se non quelli universitari.
L’era Covid ha imposto necessità, contestate dai sindacati (sospensione dello stipendio a partire da cinque giorni di non ottemperanza dell’obbligo) per tentare un approccio più radicale agli annosi problemi della nostra scuola, come il recupero dell’abbassamento delle competenze che la didattica a distanza ha comportato. Se si vuole avere il tempo per recuperare il gap soprattutto nelle materie letterarie (il 44% non ha raggiunto risultati adeguati) e in matematica (qui siamo messi peggio, con 51%), bisogna lavorare presto ma anche con grande realismo organizzativo. E coraggio decisionale. Il problema non è solo degli interni scolastici, ma anche quello delle immediate vicinanze esterne e dei mezzi pubblici: in assenza di un preciso e urgente piano di rafforzamento del settore dei trasporti, anche attraverso convenzioni ad hoc con privati, si profilerebbe infatti il ritorno agli ingressi e alle uscite scaglionate.

Ma, lo dicevamo in apertura,

la pandemia ha radicalizzato una serie di problemi che già interessavano il pianeta scuola.

Soprattutto quello di una burocratizzazione radicale che ha imposto una valutazione standard, che di fatto rischia di trasformare la scuola in un pianeta in cui regna il principio di “a domanda risposta” e di “causa effetto immediato”, con una astrattezza che potrebbe annullare il lavoro di empatizzazione e di interiorizzazione dei dati, lavoro svolto con grande passione e immedesimazione da parte dei docenti di tutti i gradi di istruzione. Per non parlare della necessaria libertà del docente di costruire un cammino attraverso l’interazione con la classe, una libertà di fatto vanificata dalla burocrazia. Già la mascherina, se non interverranno normative più aggiornate, non favorisce quel processo di interazione emotiva e segnica che era praticabile prima del 2020, ora l’ossessione del tracciamento (di valutazioni, di metodologie, di programmazioni ecc.) a tutti i costi ha portato ad un appesantimento dell’insegnamento. Si prenda, solo per fare un esempio, l’obbligo della programmazione non solo annuale, ma scandita per mesi o periodi, all’inizio dell’anno, come se si possedesse la sfera magica per capire quello che in realtà è essenziale ma graduale: le esigenze, le difficoltà, le eccellenze, le problematiche di una classe.
La scuola è una dimensione impossibile da ridurre unicamente a dati statistici, programmazioni al buio, sequenziabilità di ogni minimo passo, scadenze ossessive in agguato in tempi sempre più ristretti. Gran parte dei ritardi di apprendimento, quelli non attribuibili alla Dad, deriva da una pretesa ossessiva di sequenziamento laddove il lavoro più delicato è quello di stabilire un rapporto interpersonale di fiducia tra docente e studente e l’avvio di un processo di crescita non solo cognitiva che non può essere ridotto a domande-risposte in schemi classificatori che lasciano poco spazio all’elemento umano.
Manca ancora inoltre l’effettiva gestione delle nuove tecnologie, con difficoltà di collegamento alla rete che in parte derivano, per quel che riguarda la fibra, anche dalle posizioni dei singoli edifici rispetto alle centraline principali; i corsi di alfabetizzazione e di perfezionamento dell’uso del computer in ambito scolastico dovrebbero essere più diffusi e meglio gestiti, tenendo conto delle peculiarità legate all’interazione web-scuola. E tenendo anche conto che non tutti gli studenti hanno la possibilità di comprare e interagire con il computer.