• on Aprile 5, 2022

Bosnia, 30 anni fa la guerra. A Sarajevo un centro di studi interreligiosi per uscire dai recinti etnici e guarire le ferite del conflitto

(Sarajevo). “Sotto il Comunismo la religione veniva accusata di fomentare le divisioni, ma oggi il dialogo interreligioso è uno strumento importante per promuovere la riconciliazione tra le etnie qui in Bosnia. La guerra scoppiata 30 anni fa e tutto il periodo post bellico hanno dimostrato, ancora di più, la fragilità dell’uomo, combattuto tra delusioni sociali ed economiche e il desiderio di spiritualità. Dialogo e riconciliazione: questa è la nostra unica vera via di uscita dalla guerra, la ricetta di una vera cultura di pace e fiducia che desideriamo per la Bosnia-Erzegovina. E non solo”. È racchiuso in queste parole il significato del Master in “Studi interreligiosi e costruzione della pace (peace-building)”, attivato 5 anni fa dal Centro studi interreligiosi di Sarajevo, composto dalla Facoltà teologica ortodossa di Sarajevo Est, dall’omologa cattolica e dalla Facoltà di scienze islamiche della capitale bosniaca, con lo scopo di “formare una nuova generazione di leader religiosi e civili, fautori di una società più giusta e migliore. Essi avranno il compito di curare i traumi della guerra, ancora molto profondi nonostante siano passati circa 30 anni dal conflitto. Ogni crisi è una terra fertile dove ri-nasce la religiosità. Quando l’uomo soffre trova un senso anche nella fede cui aggrapparsi”.

Un vaso in frantumi. Vladislav Topalovic è il decano Facoltà teologica ortodossa dell’Università di Sarajevo Est, lo incontriamo con il suo collega, il decano della Facoltà teologica cattolica, don Darko Tomašević, accolti nella sede della Facoltà di scienze islamiche dal suo decano, Zuhdija Hasanovic. Il decano ortodosso riprende un’immagine biblica per sottolineare l’importanza di questa iniziativa che nasce all’interno delle tre fedi (cristiano-ortodossa, cristiano-cattolica e musulmana) presenti in Bosnia e che riferiscono rispettivamente ai serbo-bosniaci, croato-bosniaci e bosgnacchi, vale a dire i tre gruppi etnici riconosciuti come popoli costitutivi del Paese:

“L’anima bosniaca, soprattutto dopo la guerra degli anni ‘90, assomiglia molto a quel vaso di porcellana che si è frantumato in centinaia di pezzi, schegge e frammenti. Noi cerchiamo di rincollare ogni frammento”.

Cosa non di poco conto in una realtà che soffre ancora le ferite del conflitto scoppiato a marzo del 1992 e che ha avuto nell’assedio di Sarajevo (5 aprile 1992 – 29 febbraio 1996) una delle sue pagine più tragiche. “Sarajevo è città di ponti, carica di valore simbolico per il cammino di riconciliazione e di pacificazione, dopo gli orrori di una guerra recente che tanta sofferenza ha portato alle popolazioni di quella regione” scrisse Papa Francesco nel luglio del 2018 in un messaggio inviato ad un convegno teologico nella capitale bosniaca auspicando “cammini nuovi di avvicinamento tra popoli, culture, religioni, visioni della vita, orientamenti politici”. Parole che hanno trovato una concreta applicazione nel Centro Studi interreligiosi che, spiega don Tomašević, “nasce come idea circa 10 anni fa, dopo la visita di una delegazione del Crs, il Catholic Relief Services, l’agenzia caritativa della Chiesa cattolica degli Usa, che decise di sostenerla. Abbiamo atteso tre anni prima di partire. Era importante, infatti, verificare quanto le comunità religiose fossero in grado di dare un efficace contributo alla riconciliazione e alla costruzione della pace”. A pesare, aggiunge il decano cattolico, “il fatto che

in Bosnia spesso la politica ha abusato della religione per fomentare il nazionalismo,

e la divisione etnico-religiosa per perseguire i propri scopi. Insegnare ciò che la religione ha da dire sulla costruzione della pace, della giustizia e del diritto, per arrivare alla riconciliazione è stato uno dei motivi che ci ha spinto a promuovere il Master in ‘Studi interreligiosi e costruzione della pace (peace-building)’”. “In Bosnia – conferma Zuhdija Hasanovic – abbiamo il problema di essere chiusi in ‘recinti nazionali’ dentro i quali pensiamo di essere più forti. Questa visione crea isolamento e frappone ostacoli al dialogo. Uscire da questi recinti etnico-religiosi non è scontato. Per questo motivo il Centro di Studi interreligiosi e il Master sono iniziative da custodire e alimentare. Il valore di questo progetto è rappresentato dagli stessi giovani che in questi anni hanno potuto studiare e conoscersi senza preclusioni per scoprire poi di avere le stesse aspirazioni, speranze e problemi. Senza differenza di etnia o fede”.

“Dopo la guerra è urgente far tornare la fiducia nel popolo”.

“Vogliamo promuovere l’idea che una fede sincera non è solo credere in Dio ma anche amare il prossimo. Dio ci chiede di compiere opere buone”.

Il Master. Il Master dura un anno, le lezioni vengono tenute dai docenti delle tre facoltà coinvolte. Il corso non è riservato solo a studenti di teologia ma anche a quelli di scienze umanistiche e politiche. “Nel nostro piano di studi – afferma Hasanovic – ci sono materie che riguardano anche le altre religioni, e per questo usiamo dei testi proposti dalle altre facoltà. Per rafforzare la collaborazione abbiamo organizzato convegni di studio e conferenze dove i temi della pace e della riconciliazione sono stati sviscerati partendo dalle prospettive delle tre fedi”. In 5 anni il Master è stato frequentato da oltre 60 studenti. I tre decani stanno ora lavorando per trasformarlo in Dottorato. “I nostri studenti, una volta diplomati, a prescindere da ciò che faranno, se imam, preti, teologi, giornalisti, docenti o qualsiasi altro lavoro, sono chiamati a presentare la pace come un valore sacro per cui spendersi”, ribadisce Topalović. “Con questo master vogliamo investire nei giovani, nell’istruzione e nella conoscenza. I giovani possono cambiare il mondo ed evitare altre guerre – aggiunge don Tomašević -. Pensiamo a quanto sta accadendo in Ucraina, una nuova guerra in Europa, solo 30 anni dopo quella qui in Bosnia”. Un timore condiviso anche da Topalović: “Abbiamo paura che la guerra si allarghi anche ai Balcani e nel mondo. Difficile comprendere dopo tutto quello che abbiamo vissuto in Bosnia, come si possano ripetere simili situazioni. La storia è un’ottima maestra ma noi ci stiamo rivelando pessimi studenti. Se possiamo impedire la morte di un solo essere umano dobbiamo farlo, la vita ha un valore inestimabile. Ed è ciò che insegniamo ai nostri studenti”.