• on luglio 28, 2020

Bolivia. Il missionario che porta l’ossigeno ai malati: “Il Vangelo ci chiede di guardare in faccia il virus”

C’è la bambina con sindrome di down, contagiata dal Covid-19, “salvata” grazie al provvidenziale ossigeno. O il padre salesiano che, in crisi respiratoria, mentre anche tutti i confratelli hanno contratto il virus, riceve un provvidenziale aiuto. Così, l’arcobaleno continua spuntare tra la sofferenza e la morte sull’altipiano della Bolivia. Per Aristide Gazzotti, missionario laico originario della provincia di Reggio Emilia, queste sono settimane di attività straordinaria. La sua “creatura” si chiama, appunto, Cittadella dell’arcobaleno, con sede a Cochabamba, una delle principali città boliviane, è nata nel 2007 e dà accoglienza a minori in situazione di disagio, fragilità o malattia, insieme alle loro famiglie. In tutto circa 100 famiglie e 300 minori sono ospitati nelle strutture della Cittadella.

Ma da quando il Covid-19 ha iniziato a far sentire i suoi effetti anche in Bolivia, l’attività di Gazzotti e dei suoi collaboratori si è allargata.

Aristide Gazzotti

Fino a guardare in faccia il virus che, a dispetto dei dati ufficiali, entra in moltissime case e colpisce, anche indirettamente, i più fragili. È allora che interviene Aristide, che per la sua possibilità di muoversi in una città bloccata nelle scorse settimane dal lockdown ha ricevuto dalle autorità sanitarie la richiesta di accompagnare in ospedale chi ha bisogno di cure sanitarie. Ma con la Cittadella si sta dando da fare anche per procurare respiratori. E Aristide si è trasformato in un vero e proprio “angelo dell’ossigeno”, “vorrei dare l’ossigeno a tutti”, ci confessa. Il suo racconto è una testimonianza di Vangelo e, al tempo stesso, uno spaccato su quelli che sono le conseguenze del Covid in un Paese poverissimo come la Bolivia, con in sistema sanitario, come ha detto nei giorni scorsi il presidente dei vescovi, monsignor Ricardo Centellas, già al collasso anche prima della pandemia.

Gli effetti della pandemia sui bambini già malati. A cominciare proprio dai bambini, sia quelli ospitati nella Cittadella dell’Arcobaleno che gli altri visitati o accompagnati in ospedale. Ci sono bambini malati di Covid. Un esempio è la bimba down, epilettica di cui si faceva cenno: “Ci ha chiamato una suora, siamo andati, vive in una famiglia povera, l’abbiamo lavata e fasciata, e le abbiamo portato l’ossigeno, in quattro-cinque giorni si è ripresa”. I contagiati tra i minori d’età sono comunque pochi, ma sono ben evidenti gli effetti della situazione attuale sugli altri bimbi malati. Gazzotti ci racconta quanto è appena successo, nel momento in cui parliamo: “Stamattina è morto un bimbo, ieri un altro. Non si tratta di malati di Covid-19, ma di altre patologie, per esempio tumori, o patologie renali. I casi sono molti, qui è tutto fermo da quattro mesi. Gli ospedali pubblici non accolgono più nessuno, non si fanno visite o controlli. E sono chiusi anche gli abituali canali per procurare farmaci speciali, in qualche caso molto costosi. Oggi per esempio sono riuscito a comprare un farmaco in Argentina. I riflessi della pandemia hanno conseguenze drammatiche. Nei giorni scorsi stavamo assistendo in terapia intensiva due bambini malati di tumore, è arrivato un bimbo con il Covid-19 e gli altri due sono subito stati dimessi dalla terapia intensiva”. Non dobbiamo, poi, dimenticare che “molti medici e infermieri sono stati contagiati dal coronavirus, vari servizi sono stati sospesi o diminuiti”.

I contagi aumentano in un clima di paura. In questo contesto, la presenza del Covid-19 è comunque in deciso aumento. In un clima di paura e confusione, come conferma il direttore della Cittadella dell’Arcobaleno: “La gente è disorientata, i contagi aumentano, io giro la città da quattro mesi, tutto è fermo, non si lavora. Molti qui si sostengono lavorando alla giornata. Bisogna pur sopravvivere, e la gente è costretta a uscire, per provare a procurarsi da mangiare.

C’è una confusione terribile, oltre ai medici anche molti militari e agenti di polizia hanno contratto il virus. Lo Stato ha dato un buono corrispondente a circa 70 euro, ma il contributo si spende in una settimana. I dati non sono alti come quelli di altri Paesi, eppure i contagi aumentano, e tutti sembrano avere un malato per famiglia”. Anche sui numeri, insomma, c’è qualcosa che non torna (ufficialmente i positivi sono finora circa 70mila, con oltre 2.500 morti).

Un virus da “toccare”, come Gesù con il lebbroso. In questa situazione, come si accennava, Aristide Gazzotti, ha deciso di “guardare in faccia” il virus, pur con tutte le cautele e i dispositivi di sicurezza. “Mi ha chiamato, per esempio, una comunità di salesiani. Il loro superiore è già morto, nella loro comunità ci sono 5 contagiati. Sono andato, li ho confortati… nessuno aveva il coraggio di entrare. Uno di loro aveva bisogno di ossigeno. In ospedale è inutile andare, sono al collasso e si rischia di non uscire vivi. Noi non siamo medici, ma siamo riusciti a procurare delle bombole d’ossigeno, che qui sembrano introvabili. Così una l’abbiamo portata al salesiano, ma le richieste sono molte. Noi ci muoviamo, entriamo nelle case, visitiamo i bambini. Ma siamo prudenti e facciamo il tampone ogni settimana, finora siamo sempre risultati negativi”.

La riflessione del missionario laico prosegue: “Il mio pensiero va alla bimba down epilettica, che abbiamo pulito, fasciato e curato, come Cristo ha fatto con il lebbroso. Questo virus, pur con le dovute attenzioni, lo dobbiamo toccare, guardare in faccia, dobbiamo entrare nella vita delle persone che sono state contagiate e che stanno soffrendo. Questo ci chiede il Vangelo, di vincere la paura e l’isolamento, certo con tutte le precauzioni. Ci chiede di entrare nel dolore di tutte queste famiglie, e un cambio profondo di mentalità”.

(*) giornalista “La Vita del popolo”