• on maggio 24, 2021

Bob Dylan: una voce che dice la verità

Dylan compie 80 anni, sono quasi 60 che tutto il mondo lo ascolta incantato (o disgustato, difficile trovare chi lo trovi “carino”, Dylan è tutto tranne che “carino”). E sono quasi 50 che io lo ascolto. È da molto insomma che mi sta facendo compagnia, due parole quindi le voglio dire, almeno per ringraziarlo, perchè la compagnia della buona musica è un dono impagabile.
Dunque, quando ho cominciato ad ascoltarlo avevo circa dieci anni e il mio inglese non era proprio fluente, diciamo che non capivo una parola di quanto ascoltavo e anche cantavo; erano suoni non parole, musica e ritmo, non concetti. La semplicità degli accordi, per cui tutte le canzoni erano diverse ma avevano qualcosa in comune, senza per questo essere appiattite, omologate, capaci quindi di trasportarti nel loro mondo ma dove non tutto fosse sconnesso ma legato tra di loro, e tra loro e te, e forse era proprio la voce ad essere il “ponte”, boh… Una voce non bella direi, ma vera, come ha detto di recente Dylan parlando del grande Sam Cooke: “Quando qualcuno gli disse che aveva una bellissima voce, Sam Cooke rispose: ‘Beh è molto gentile da parte tua, ma le voci non dovrebbero essere misurate in base a quanto sono belle. Piuttosto hanno importanza solo se ti convincono che stanno dicendo la verità’”. E ci sarebbe da dire molto su Bob e Sam, visto che la canzone più famosa del secondo, “A change is gonna come”, nasce come risposta alla più famosa del primo, “Blowin’ in the wind”.

Ecco Dylan, Cooke e tutti i grandi della musica sono voci che dicono la verità.

Questo lo sentivo anch’io, piccolo preadolescente nella metà degli anni ’70; non avevo capito molto soprattutto del contenuto di quelle canzoni, a parte il fatto che però ascoltarle mi faceva ardere il cuore. Solo tempo dopo ho cominciato a leggere i suoi testi e mi sono anche piaciuti. La scoperta dei testi (e se so un po’ di inglese lo devo innanzitutto a lui) fu una conferma, quei testi erano anche molto belli, come tanti dicevano (magari per motivi diversi ai miei).
In Dylan, come nei grandi artisti, per giunta longevi e prolifici, c’è un po’ di tutto: lirica ed epica, rabbia e gioia, dolore e stupore, intelligenza e semplicità, novità e tradizione. Su quest’ultimo aspetto Dylan, “albero” ormai giunto alle 80 primavere, pur essendo stato un vero rivoluzionario, un artista capace di investigare praticamente tutti i generi musicali e di inventarne altri (come il folk-rock) è al tempo stesso un gigante della tradizione.

Da una parte ha spaccato in due la storia della musica “leggera”, creando dal nulla la figura del cantautore folk, impegnato, portando la poesia nel juke-box come disse di lui Allen Ginsberg, dall’altra è davvero un “nano” seduto sulle spalle dei giganti, uno “staffettista” che non fa altro, da quasi 60 anni, che correre per passare il suo testimone a chi verrà dopo di lui.

In questo la parabola di Bruce Springsteen, il più famoso dei suoi tanti “figli”, è molo simile. Dylan ha visto, di persona, negli anni della sua giovinezza, alcuni “giganti” come Woody Guthrie, in un mondo che è lontano intere galassie, rispetto al nostro mondo del 2021 ed è ancora qui, vivo e “on stage” quasi ogni giorno, per raccontarci la sua esperienza. Non è lui il centro, ma il centro è fuori di lui, in una tradizione che lo precede e non finirà con lui. Più volte Dylan ha sottolineato il suo debito: “Le melodie che ho in testa sono molto, molto semplici, si basano soltanto sulla musica che abbiamo ascoltato tutti da piccoli. Quella, e pure la musica che c’era prima di quella, andando indietro nel tempo, ballate elisabettiane e chissà che altro”. Il bel film dei fratelli Cohen, “A proposito di Davis”, racconta molto precisamente quel mondo del Village in cui Dylan ha mosso i primi passi, e la battuta con cui si chiude la prima scena ne esprime bene tutto il senso: “Se una canzone non è mai stata nuova e non invecchia mai, allora è folk”. Lo stesso si può dire per Dylan, è ormai vecchio, 80 anni, senza essere mai invecchiato.