• on novembre 21, 2020

Bielorussia: profughi in fuga dalle violenze. Dopo le elezioni di agosto, i giovani si battono per il cambiamento

In Bielorussia numerosi sono i casi “di violenza, torture e disprezzo della dignità personale”, ha scritto lunedì 16 novembre su Facebook il vicario generale dell’arcidiocesi di Minsk, mons. Yurij Kasabucki, aggiungendo che tali comportamenti da parte dei funzionari del regime di Lukashenka “rinforzano il popolo”. Ha anche chiesto le preghiere “per rinforzare gli animi, il coraggio e la temerarietà del popolo bielorusso”. Il presule, in assenza dell’arcivescovo Tadeusz Kondrusiewicz, è a capo dei cattolici della capitale della Bielorussia.
Mons. Tadeusz Kondrusiewicz, arcivescovo di Minsk-Mogilev e presidente dei vescovi cattolici della Bielorussia, dalla fine di agosto è costretto a prolungare il suo soggiorno in Polonia. Le autorità di Minsk non consentono il suo rientro in patria, nonostante il presule, nato nel 1946 a Hrodna, sia cittadino bielorusso in possesso di un regolare passaporto. Secondo le autorità bielorusse, tuttavia, la validità del documento sarebbe giunta alla scadenza prefissata mentre l’arcivescovo si trovava fuori dai confini nazionali e questa sarebbe la ragione per cui al presule è impedito il ritorno nel proprio Paese.

Dopo 100 giorni di proteste contro la rielezione del presidente della Bielorussia Alexander Lukashenko avvenuta in seguito al voto del 9 agosto scorso, peraltro non riconosciuta dall’Ue e molti altri Paesi, sempre più profughi bielorussi cercano rifugio in Polonia.Ad oltre un centinaio di persone gravemente ferite durante le manifestazioni a Minsk, come in altre città, le autorità polacche hanno offerto l’assistenza sanitaria permettendo loro di usufruire delle cure specialistiche presso il centro di Duszniki Zdrój, appositamente predisposto a tal fine. Una settantina di profughi poi sono ospitati presso il centro per rifugiati a Biała Podlaska mentre circa cinquanta famiglie con bambini nella struttura allestita presso il vicino villaggio di Horbów.
Le persone che arrivano in Polonia dalla Bielorussia, per evitare le persecuzioni, spesso devono decidere di fuggire in fretta. Superano quindi la frontiera non solo ai valichi presidiati da funzionari di polizia ma a volte anche attraversando a nuoto il fiume Bug, lungo il quale corre parte del confine tra i due Paesi. Così una volta in Polonia i rifugiati si trovano ad avere bisogno di tutto: indumenti e scarpe, prodotti per la cura della persona, ma anche generi alimentari e quelli di prima necessità.A soccorrere i bisognosi ci sono dei volontari, delle organizzazioni dei bielorussi residenti sul territorio polacco, la Caritas. Le autorità, per quanto possibile, cercano di garantire a coloro che richiedono protezione qualche sostegno economico e un tetto. La mensa, presso i centri per rifugiati funziona a giorni alterni, e non nei week-end. Tuttavia, per il fine settimana i profughi ricevono dei pacchi con delle derrate supplementari. Le autorità polacche offrono ai giovani la possibilità di frequentare la scuola mentre per i più piccoli presso i centri di soggiorno temporaneo vengono organizzati degli asili, dove, dopo la scuola, anche i bambini più grandi possono trascorrere il tempo sotto l’occhio vigile di un insegnante.

Finché le procedure di accertamento dei requisiti per il conferimento della protezione internazionale non vengono completate, ai rifugiati, però, non è permesso di intraprendere alcuna attività lavorativa. A coloro che si trovano nei centri di soggiorno temporaneo pesa pertanto la mancanza di certezze riguardo al futuro. “Non sappiamo quando ci interrogheranno, nessuno ci ha contattati e non sappiamo nemmeno quanto tempo ancora possiamo rimanere qui”, dice Alexandr che attualmente si trova nel centro di Biała Podlaska. Tuttavia, non tutti i bielorussi rifugiati in Polonia desiderano rimanervi e rifarsi una vita. La maggior parte sono giovani che oltre la frontiera vorrebbero solo “riprendere fiato” e – sfuggendo alle persecuzioni – attendere un cambiamento nel proprio Paese. “In Polonia vogliamo resistere preservando la nostra libertà”, affermano molti richiedenti protezione, impauriti dalle persecuzioni in Bielorussia e dalle pene inflitte a coloro che partecipano alle proteste.

Ihar con la moglie Natalia e una piccola bambina è arrivato in Polonia nel mese di agosto dopo che era stato picchiato dalla polizia e finito per dieci giorni in prigione. È dovuto scappare per preservare la propria incolumità, dopo che era venuto a conoscenza di tre manifestanti morti in circostanze poco chiare, presumibilmente assassinati dai funzionari. Infatti, alle proteste in varie città della Bielorussia partecipano soprattutto dei giovani, ventenni e trentenni che vorrebbero prendere il futuro del loro Paese nelle proprie mani. “Amo la Bielorussia e non voglio lasciarla, ma voglio un cambiamento!”, afferma Sonia, una ragazza 19enne di Minsk. I suoi genitori la lasciano partecipare alle manifestazioni a condizione che torni a casa prima che si faccia buio e ogni mezz’ora mandi loro un sms confermando che tutto va bene. Sonia dice di aver votato per Sviatlana Tsikhanouskaya e che così hanno votato anche tutti i suoi amici. Racconta che quando è venuta a sapere che Lukashenko avrebbe ottenuto più dell’80% delle preferenze “si è sentita presa in giro”.
Prima delle elezioni di agosto scorso molti fra i giovani bielorussi non s’interessavano alla politica. “Mi sono incuriosito solo recentemente quando ho letto il blog di Tsikhanouskij (il marito di Sviatlana e candidato alle presidenziali arrestato a maggio e tutt’ora detenuto) dove in modo convincente venivano smentite le menzogne della Tv di Stato”, racconta Krill, arrestato dagli Omon (reparti speciali della polizia), dopo un comizio di Sviatlana, e brutalmente torturato, insieme ad altri manifestanti.
Le violenze e le persecuzioni in Bielorussia hanno però, secondo Kirill, “l’effetto di una palla di neve”. “Più cercano di metterti paura e convincerti a non fare una cosa, tanto più vuoi farli a dispetto e agisci per ripicca”, spiega.
Alcuni osservatori della situazione in Bielorussia suggeriscono che forse proprio in considerazione della giovane età della maggior parte dei manifestanti, le rappresaglie da parte delle autorità siano così dure. Per dissuadere in meno tempo e con maggiore efficacia, ai giovani vengono inflitte anche delle torture che però, come raccontano i profughi, non sono perpetrate dai funzionari della polizia di Stato ma dai membri di reparti speciali Omon, addestrati in modo particolare e fanaticamente devoti a Lukashenko.

Come afferma Ales Bialiatski, direttore del Viasna Human Rights Centre e vicepresidente della Federazione internazionale per i diritti umani, gli organizzatori delle prime proteste non si aspettavano una risposta così violenta da parte delle autorità: “Eravamo consci che le proteste avrebbero portato a delle repressioni e agli arresti ma non ci aspettavamo una simile aggressività e brutalità da parte dei funzionari”.

Attualmente sono almeno 25mila bielorussi imprigionati dalla polizia durante le varie manifestazioni di protesta. Solo domenica scorsa 15 novembre gli arresti sono stati più di mille. Di solito, dopo alcuni giorni di prigionia e torture, i manifestanti vengono rilasciati in cambio di una dichiarazione di rinuncia “a partecipare alle attività eversive”. Ma ci sono anche quelli i cui corpi vengono ritrovati nei boschi o che sembrano spariti nel nulla.
Le manifestazioni pacifiche degli abitanti della Bielorussia inizialmente miravano solo a spodestare Lukashenko. Adesso invece sembra chiaro a molti che il presidente, con violenza e incutendo paura, vuole distruggere una democrazia nascente nel Paese. Le violenze e le persecuzioni fanno tuttavia perdere a Lukashenko l’appoggio della società civile e soprattutto dei giovani. “Le attuali proteste – ha sottolineato Tsikhanouskaya durante un recente incontro con Angela Merkel – non sono contro la Russia o a favore dell’Europa, ma sono conseguenza di una crisi interna del Paese, dove il popolo, dopo 26 anni di Lukashenko, non vuole più vivere oppresso; ed è per questo che le manifestazioni continuano e continueranno finché non verranno organizzate le nuove elezioni democratiche”.