• on febbraio 13, 2021

Balcani. Kosovo al voto, un’occasione per lasciare alle spalle il passato

Domenica 14 febbraio gli abitanti del Kosovo saranno chiamati alle urne per le elezioni anticipate: è la quinta volta dopo la proclamazione dell’indipendenza dalla ex Jugoslavia avvenuta 13 anni fa. Il recente terremoto politico è stato causato dalla decisione della Corte speciale sui crimini dell’Uck (“Esercito di liberazione del Kosovo”) che ha accusato il presidente kosovaro Hashim Thaci di crimini di guerra. Alle sue dimissioni è seguita la decisione della Corte costituzionale del Kosovo che ha dichiarato illegale l’elezione del governo di Avdullah Hoti e così si è arrivati alle urne.

Una grande novità. “Sulla scena politica di Pristina è in arrivo una grande trasformazione: per la prima volta nessuno dei vecchi leader dell’Uck sarà nel Parlamento”, afferma al Sir l’analista politico dei balcani Nikolay Krastev (nella foto). A suo avviso “i recenti protagonisti come Hashim Taci, Jakup Krasniqi e Kadri Veseli ormai saranno solo nei libri di storia e questa è un’occasione da non sprecare per il giovane Paese balcanico per lasciarsi alle spalle il burrascoso passato e liberarsi da politici legati alla corruzione e accusati di crimini di guerra”. Infatti, secondo l’ultimo sondaggio dell’Istituto Pipos, reso noto il 9 febbraio, la prima forza politica sarà il movimento Vetevendosje guidato dall’ex primo ministro Albin Kurti con il 41% dei consensi, seguiti dal Partito democratico del Kosovo con il 22%, mentre al terzo posto rimane la Lega democratica del Kosovo, partito al governo uscente con il 19%. L’Alleanza per il futuro del Kosovo dell’ex premier Haradinaj è data all’8%.

Stop alla corruzione. “Si prospetta una possibile coalizione tra Vetevendosje e il Partito democratico del Kosovo, allo stesso tempo un’unione insolita ma anche promettente, soprattutto tra i due leader, l’aspirante premier Albin Kurti e la giovane e promettente Vjosa Osmani, attualmente presidente del Parlamento”, è la previsione di don Lush Gjergij (nella foto), sacerdote cattolico di Pristina e biografo di Madre Teresa. Il quale racconta che la gente vorrebbe “un cambiamento radicale, perché dalla libertà ottenuta dopo l’intervento della Nato e della lotta dell’Esercito della liberazione possa nascere uno Stato libero e democratico, privo di corruzione e del clientelismo dei partiti”. Secondo don Gjergij, i problemi principali che Pristina sta affrontando adesso sono non solo “la pandemia ma anche la disoccupazione, la corruzione e la continua emigrazione”.

Pandemia e disoccupazione. “A causa delle restrizioni per il Covid-19”, continua il sacerdote kosovaro, “60mila persone hanno perso il lavoro e la disoccupazione giovanile era alta già prima; il problema è dunque soprattutto la crisi economica con serie ripercussioni tra i giovani”. Nel 2020 le perdite registrate per le imprese ammontano fino a 1 miliardo di euro. “In questa situazione – afferma don Gjergij – la corruzione ha trovato un terreno ancora più fertile”. E di promesse in questo tempo di campagna elettorale ne sono state fatte parecchie, compresi investimenti miliardari in euro, senza però spiegare da dove verrebbero i soldi. “Infatti, la realizzazione di queste promesse non dipende solo dai politici del Kosovo”, spiega don Gjergij; l’isolamento del Paese balcanico è legato alla normalizzazione dei rapporti con la Serbia, “una questione ancora irrisolta”, e all’influenza dell’Unione europea e degli Stati Uniti nella regione.

Voglia di pace. “Con la nuova presidenza americana si prospettano cambiamenti nelle trattative – afferma Nikolay Krastev –; l’accordo firmato a Washington dall’ex premier Avdullah Hoti e dal presidente della Serbia Alexander Vucic probabilmente sarà rivisto”. Secondo Krastev, l’Ue “sa benissimo che le trattative dovranno ricominciare con il nuovo esecutivo e ci vorrà del tempo. Questa zona dei Balcani ha bisogno di pace e prospettive; il cambio dei confini, subentrando territori con popolazione prevalentemente albanese o serba, farà tornare i Balcani occidentali decenni indietro”. Il Kosovo non è riconosciuto da 5 Paesi europei (Grecia, Cipro, Romania, Slovacchia e Spagna) e per questo affronta diverse difficoltà per diventare Paese-candidato oppure ottenere la liberalizzazione dei visti. Nel frattempo nel loro quotidiano i kosovari cercano di andare avanti, ma le attese della popolazione durano ormai da troppo tempo. “La gente è molto delusa e stanca dei politici e delle loro promesse vane”, conclude don Gjergij.