• on settembre 10, 2020

Referendum. Balboni (Univ. Cattolica Milano): “Voto no. L’errore più grande è stato aver scelto lo strumento dei tagli lineari”

“Il mio è un No senza particolare entusiasmo, come credo siano senza entusiasmo anche molti Sì. Lo schema binario impone una scelta drastica e ci si ritrova su posizioni opposte anche se magari su molte argomentazioni ci si potrebbe ritrovare”. Enzo Balboni, già professore ordinario di diritto costituzionale all’Università Cattolica di Milano, è tra i firmatari di un appello di giuristi contrari alla legge costituzionale che riduce il numero di deputati e senatori. Ma non sale sulle barricate. “La materia del quesito in sé è miserella – spiega – in quanto il taglio lineare non assicura alcuna maggiore efficacia del Parlamento e presenta forti venature di polemica politica contingente. Ecco, l’errore più grande è stato quello di aver scelto lo strumento dei tagli lineari. Le riforme costituzionali non si fanno così”.

Qual è l’argomento principale che l’ha indotta prendere posizione per il No?
Il mio No è soprattutto per il timore che attraverso il taglio drastico del numero dei parlamentari si determini una situazione che agevoli le modifiche alla Costituzione a maggioranza assoluta. In altre parole, si rischia di invogliare chi prende la maggioranza in Parlamento a intervenire sulla Costituzione con una certa disinvoltura e in base a interessi di parte. Mi consenta di dire che le modifiche costituzionali dovrebbero essere sempre circondate da una certa solennità. Nella riforma Renzi c’era un elemento positivo e cioè che gli interventi sulla Costituzione dovessero richiedere sempre la maggioranza dei due terzi.

In che senso ha definito povera la materia del referendum?
Nel senso che

si tratta di una riforma molto zoppa.

La realtà è che mancano i correttivi che avrebbero dovuto accompagnarla e che le forze politiche non sono state in grado di rendere effettivi contestualmente, come sarebbe stato necessario.

Per esempio?
Una nuova legge elettorale che consenta la governabilità senza mortificare la rappresentanza. L’ideale sarebbe il modello francese con il doppio turno di collegio, ma sappiamo bene che soprattutto in questo momento non ci sono le condizioni per adottarlo in Italia. Bisognerebbe essere sicuri di avere almeno un sistema sul modello tedesco, un proporzionale fortemente corretto con una soglia di sbarramento al 5%.

Per i non specialisti non è immediatamente evidente il rapporto tra il taglio dei parlamentari e il sistema elettorale…
C’è un problema di rappresentanza da riequilibrare. Riducendo il numero dei seggi ci sono territori che rischiano di essere sottorappresentati e altri che, viceversa, si ritrovano sovrarappresentati. Con scarti rilevanti tra Regione e Regione, nell’ordine del 30-40%.

Un altro correttivo che è già all’esame del Parlamento riguarda il numero dei delegati regionali che prendono parte all’elezione del Presidente della Repubblica. Diminuendo il numero dei parlamentari, il loro peso relativo automaticamente aumenta.
Per me che sono da sempre un regionalista non fa ovviamente problema la presenza dei delegati regionali che comunque è prevista dalla Costituzione. Ma c’è oggettivamente una disproporzione. Un conto è avere 58 delegati regionali a fronte di 945 tra deputati e senatori, un conto è averne 58 in rapporto a 600 parlamentari. Anche il numero dei delegati regionali andrebbe ridotto di un terzo.