• on ottobre 24, 2020

Azzardo. Capitanucci e Folena: “Aiutare le persone a giocare di meno si può. Basta volerlo”. Ma “l’industria del settore ha bisogno di chi soffre di Dga”

Ci sono malattie universalmente riconosciute come tali: pensiamo ai tumori. E mali che restano nell’ombra, un po’ per la vergogna di chi è “malato” e un po’ perché fa comodo, a certi settori della società, non vedere. A questa categoria possiamo ascrivere i giocatori d’azzardo patologico, troppe volte causa della propria rovina e della loro famiglia. Ma l’azzardo ha risvolti anche sociali pesanti. Tra il 2014 e il 2019, il fatturato del gioco d’azzardo in Italia è passato da 84,5 a 110,5 miliardi di euro. Una crescita del 30%, che sembra inarrestabile, anche per la progressiva quanto subdola instillazione della “cultura del gioco d’azzardo” in atto da decenni nel nostro Paese. Di questo parla il libro “Perché l’azzardo rovina l’Italia” (Edizioni Terra Santa), scritto a quattro mani dalla psicologa e psicoterapeuta Daniela Capitanucci e dal giornalista Umberto Folena, con i quali facciamo il punto della situazione nel nostro Paese oggi, anche alla luce della profonda crisi economica legata al Covid-19.

Prendendo spunto dal titolo del libro, perché l’azzardo rovina l’Italia?

Capitanucci: C’è da chiederselo? Sono altissimi i costi sociali che la collettività sta pagando perché è stato favorito un business che produce più povertà che ricchezza per la stragrande maggioranza delle persone. Costi questi che potrebbero essere evitati, modificando radicalmente l’offerta di gambling nel territorio.

Nel libro sono raccontate alcune storie emblematiche che hanno per protagoniste persone che si sono rovinate per l’azzardo: cosa le accomuna?

Folena: Abbiamo voluto cominciare e finire il libro con le persone. Le vittime. Coloro che vengono sacrificati sull’altare dell’Industria di massa dell’azzardo e che sono ampiamente dimenticati. In comune hanno una patologia, il Dga (Disturbo da gioco d’azzardo), talmente poco conosciuta che anche molti giornalisti scrivono di “vizio” dell’azzardo, non di malattia. Alcune di queste persone, rimaste prive di denaro, pur di tornare a giocare d’azzardo compiono gesti sconsiderati e privi di logica, dai furti alle rapine fino, in casi per fortuna rari, l’omicidio. Oppure, e siamo alla tragedia, si suicidano.

L’industria dell’azzardo su quali categorie di persone punta maggiormente per arricchirsi?

Folena: Uno dei punti centrali della questione sono appunto i giocatori patologici. In percentuale non sembrano tantissimi: tra l’1 e il 3% del totale dei giocatori, tra assidui e saltuari. C’è chi li considera “sacrificabili”, un danno collaterale non voluto e sopportabile. Invece sono importantissimi, perché da soli garantiscono circa il 50% del fatturato dell’industria dell’azzardo, che senza di loro fallirebbe. Altro che collaterali e irrilevanti. L’azzardo ha un disperato bisogno di loro. E la Dga non è accidentale bensì voluta, cercata, architettata.

L’industria dell’azzardo di massa è fondata su una patologia.

Il Covid-19 ha influito sulle abitudini di gioco?

Capitanucci: Sì e molto: il lockdown ha comportato la chiusura di buona parte dei luoghi dove era possibile giocare d’azzardo nel territorio; in particolare, si sono fermate le slot e le scommesse sullo sport. Ci siamo trovati quindi in una condizione surreale, impensabile sino a qualche mese prima: come per magia, buona parte dei giochi d’azzardo non c’erano più. Semplicemente spariti!

E cosa è successo ai giocatori, in particolare a coloro che avevano manifestato profili di gioco d’azzardo disturbato e fuori controllo?

Capitanucci: Incredibilmente, la maggior parte di loro ha riferito incremento del benessere soggettivo, si è sentita sollevata da questa situazione, non ha sofferto di crisi di astinenza, non è passata a giocare on line, solo in piccola parte si è rivolta ai Gratta e Vinci che per qualche incomprensibile ragione sono rimasti disponibili per buona parte del periodo di chiusura. In altre parole, l’incapacità a controllarsi tipica dei giocatori problematici è stata contenuta da un ambiente di vita “azzardo-free” che li ha aiutati a stare alla larga dal gioco d’azzardo, che invece in condizioni normali li avrebbe semplicemente aggrediti nei loro luoghi di vita quotidiani, senza lasciare loro alcuno scampo.

Ora che hanno riaperto i luoghi dell’azzardo si sono mantenuti i risultati positivi raggiunti nel periodo di chiusura?

Capitanucci: Purtroppo la riapertura ci ha riportati alla situazione pre lockdown, anzi la situazione è persino peggiorata, perché è entrata in congiuntura con la crisi economica determinata dall’emergenza sanitaria di Covid. I giocatori hanno ripreso a giocare, tornando a frequentare bar, sale slot e sale scommesse, dilapidando il proprio denaro. Ma per molti di loro la situazione lavorativa ed economica nel frattempo è peggiorata: alcuni hanno perso il lavoro, altri sono stati messi in cassa integrazione, insomma, c’è stata una oggettiva riduzione del reddito per molte famiglie. Quindi,

i soldi spesi in azzardo alla riapertura dei giochi sono risultati assai più incidenti rispetto a prima del lockdown.

Questo si è purtroppo incrociato anche con l’aumentata difficoltà a ripagare prestiti e finanziamenti dovuti al gioco d’azzardo, contratti prima della chiusura. Le conseguenze che stiamo cominciando a vedere adesso sono drammatiche: vi sono persone che si sono suicidate proprio a causa di questa situazione aggravata e il rischio che atti estremi si replichino è tangibile, visto che la situazione generale è ancora critica.

Quanto l’azzardo è ormai un business in mano alle mafie? Perché la politica non interviene?

Folena: Le inchieste sulle “azzardomafie” si sprecano. E parliamo di azzardo lecito, non illegale. Il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, ha dichiarato: “Quello del gioco d’azzardo, assieme al traffico di sostanze stupefacenti, oggi appare l’affare più lucroso col quale rimpinguare le tasche delle cosche”. Sugli interventi morbidi, timidi o assenti della politica la nebbia è fitta e autorizza le ipotesi meno benevoli.

Quale ruolo possono avere gli enti locali nel contrasto dell’azzardo?

Folena: Gli enti locali, non tutti ma molti, stanno impegnandosi a fondo. D’altronde i sindaci, anche attraverso le segnalazioni delle aziende sanitarie e dell’assistenza sociale, toccano con mano il disagio, la sofferenza e l’impoverimento della propria gente, e cercano di reagire. Ma non trovano sufficiente appoggio nel governo centrale. Spesso si scontrano con i Tar. È una dura battaglia in cui spesso si trovano soli.

L’informazione può aiutare a combattere la piaga dell’azzardo?

Folena: I media potrebbero avere un ruolo decisivo, specialmente ora che non dovrebbe più esserci l’alibi dei pesanti investimenti pubblicitari dell’industria dell’azzardo nell’editoria. Purtroppo, e non da oggi, per molte redazioni vale la pena di occuparsi solo di argomenti “popolari”, graditi al pubblico. E

poiché l’azzardo non è avvertito come l’emergenza sociale che in effetti è, viene ignorato.

E cosa chiedono oggi a Governo e Parlamento le associazioni impegnate in prima linea contro l’azzardo?

Capitanucci: Fare tesoro di quanto successo ai giocatori e alle loro famiglie nel lockdown.

Aiutare le persone a giocare di meno si può. E non è neppure troppo difficile. Basta volerlo.