• on settembre 28, 2020

Austria, prosegue il dibattito sul suicidio assistito. La ferma opposizione della Chiesa: “Morire non deve diventare un business”

Il dibattito sul suicidio assistito vive in Austria una nuova fase aspra alla luce  udienza pubblica alla Corte costituzionale austriaca (VfGH) che si è tenuta giovedì  24 settembre e delle prossime consultazioni di ottobre, per una decisione finale entro il 2020.

Il dibattito nasce da quattro ricorsi presentati al vaglio della VfGH con il sostegno dell’associazione svizzera di eutanasia Dignitas, che richiedono la revisione ed attenuazione dei divieti esistenti negli attuali paragrafi 77 e 78 del codice penale  che trattano di “uccisione su richiesta” e “suicidio assistito”. Rifacendosi alla analoga decisione presa nello scorso febbraio dalla Corte costituzionale federale tedesca che ha annullato il divieto di “favoreggiamento e favoreggiamento di tipo commerciale” per il suicidio, la questione era stata posta all’ordine del giorno in Austria a giugno 2020, ma è stata poi rinviata al 24 settembre, anche a causa dei problemi legati alla pandemia del covid-19.

I vescovi austriaci, tra cui il presidente della Conferenza episcopale austriaca (Öbk), l’arcivescovo Franz Lackner, il cardinale Christoph Schönborn, e altri rappresentanti ecclesiastici hanno espresso a più riprese la loro totale contrarietà alla attenuazione delle attuali norme: “La vita è probabilmente il dono più prezioso che ciascuno può ricevere e  deve essere nostra preoccupazione fornire supporto medico e pastorale alle persone malate e morenti”. Il presidente della Öbk ha negato totalmente la possibilità di accettare le richieste di allentamento del diritto penale per “uccidere su richiesta” e “suicidio assistito”. “L’inizio e la fine della vita richiedono un’attenzione speciale. E in questo la società ha una grande responsabilità”, ha detto Lackner all’agenzia cattolica austriaca Kathpress. Lackner ha evidenziato come non si debbano “lasciare le persone sole nel loro ultimo, spesso arduo viaggio nella vita”: infatti ciò che serve è aumentare “la cultura della cura, della compassione e della massima disponibilità possibile ad aiutare” perché è fondamentale che non ci si arrenda con le persone “nemmeno se hanno rinunciato a se stesse”.Il cardinale Schönborn, reduce da un lungo periodo di malattia, si è inserito ancora una volta nel dibattito con parole molto personali scritte per il sito lebensende.at dell’Institut für Ehe und Familie (IEF) – Istituto per il matrimonio e la famiglia: “La malattia ci rende più vulnerabili. L’ho sperimentato io stesso”, ha detto l’arcivescovo di Vienna, che ha sottolineato l’aspetto del desiderio di morire come componente di una situazione di crisi esistenziale che deriva dalla malattia e dalla stanchezza.Il malato non ha bisogno di un aiuto per uccidersi, ma di continua vicinanza umana, di sollievo dal dolore, affetto e sostegno. Solo così tutti potranno essere certi che la propria dignità sarà rispettata e tutelata anche nelle fasi più vulnerabili della vita. Schönborn aveva già affermato il suo pensiero in un recente intervento sulla rubrica che tiene tutti i venerdì per il quotidiano “Heute”:

“Morire non deve diventare un business”.

Per il cardinale si verrebbe a creare un circolo vizioso nel quale la persona necessitante le cure verrebbe messa sotto pressione per chiedere la propria morte. Schönborn ribadisce la scelta austriaca come un successo e parla apertamente di come la  “via austriaca si sia dimostrata ammirevole”, con gli hospice negli ospedali, con la continua ricerca nello sviluppo e uso della medicina palliativa e della terapia del dolore, ma anche con la continua presenza umana nell’assistenza dei malati terminali e dei morenti  fortemente empatica.

Le implicazioni per la società sono evidenti, secondo il teologo morale Günter Virt: “quando una società permette ai medici e ad soggetti definiti di uccidere su richiesta o di fornire sostegno al suicidio, si espongono i malati, i parenti ed i medici stessi a pressioni enormi”. Il pensiero di Virt, rilanciato negli ultimi numeri dei settimanali diocesani austriaci, ribadisce che il concetto di suicidio assistito “è contrario ai documenti internazionali sui principi dell’etica medica”: ciò anche alla luce della estrema difficoltà di definire dei limiti e delle differenziazioni che dall’aiuto assistenziale permettessero di passare ad una azione tutoriale con i poteri di decidere quando, se e come una persona malata desideri la morte o sia posta sotto violenta pressione dall’ambiente circostante.

Anche la comunità evangelica ha espresso il suo fermo rifiuto ad una apertura costituzionale al suicidio assistito: “Non deve diventare normale lasciare che qualcun altro muoia”ha detto il vescovo Michael Chalupka all’Evangelischen Pessendienst, l’agenzia di stampa evangelica austriaca. E il  teologo riformato Ulrich Körtner ha sottolineato che colui che muore ha bisogno della solidarietà, non dell’iniezione letale in quanto il suicidio assistito legalizzato e regolamentato “comporta che eventuali casi estremi vengono resi legali con azioni regolari e normate”.