• on Ottobre 24, 2022

Andrea Mastrovito: “Nelle pagine della Bibbia… il soffio dello Spirito”

Nell’occhio, e nell’animo, di chi osserva dovrebbe formarsi il significato delle sue opere. Così sostiene Andrea Mastrovito, nato a Bergamo nel 1978, artista eclettico che vive e lavora a New York, conosciutissimo a livello internazionale, e ora autore della installazione dedicata allo Spirito, realizzata – dopo lunga riflessione e studio – con un certosino lavoro nella cappella del rinnovato Foyer cattolico di Bruxelles.

Andrea Mastrovito (foto Facebook)

Un’opera artistica con al centro la Bibbia, la Parola di Dio. Da quale intuizione è partito per giungere a questo risultato?
È opinione comune, nell’ambito dell’heavy metal, che in “…And Justice for All” (1988) dei Metallica, il basso di Jason Newsted sia “come lo Spirito Santo”: c’è, ma non si sente (perché in fase di mixaggio finale venne biecamente abbassato al minimo da Hetfield e Ullrich). Rappresentare, far “sentire” lo Spirito Santo è sempre stato molto arduo per gli artisti, è qualcosa che sfugge ai canoni della figurazione e della rappresentazione tradizionale. Posto davanti a questa problematica, mi son detto che, piuttosto che tentare di dare una qualsiasi forma allo Spirito, potevo, più semplicemente e quindi in maniera più autentica, rifarmi alla fonte dalla quale lo Spirito soffia ancora oggi, ovvero alla Bibbia e alle sue parole. È proprio lo Spirito a rendere dinamica, viva, efficace e attuale, la Parola. Da quest’intuizione è derivato tutto il lavoro, anche grazie alle splendide… parole, appunto, di don Giuliano Zanchi, il quale, mentre elaboravo i primi bozzetti, mi inviò un testo molto intenso sulla natura sfuggente dello Spirito, delle immaginifiche note sullo spirito che si chiudono così: “Allora lo spirito si infila come un vento in una casa facendo volare molte scartoffie e cambiando completamente aria. Non si sa mai quando arriva. Lo si scopre solo quando è arrivato”. Da lì sono nate, a valanga, tutte le immagini tradotte in intarsio per il Foyer Catholique di Bruxelles.

Quale significato ha voluto assegnare, dunque, a questa sua realizzazione?
Solitamente lascio che il significato del mio lavoro alberghi nell’occhio di chi guarda. Io lancio dei segnali, degli appigli concettuali a cui appoggiarsi per poi ricreare, personalmente, una propria lettura dell’opera, in base alla propria conoscenza del tema, alla propria esperienza di vita e sensibilità. Difatti l’opera propone diversi livelli di lettura: a prima vista abbiamo le immagini intarsiate, che raccontano di tre situazioni differenti, animate dal vento e dall’attesa. Il secondo livello di lettura è quello della Parola, delle migliaia di pagine strappate da dozzine di Bibbie coi più svariati linguaggi: ad ognuno è dato capire essenzialmente solo le lingue che conosce, ma è chiaro che la connessione fra ogni idioma porti alla creazione di altri pensieri, altri significati. Il terzo livello è quello che nasce dalla correlazione tra i primi due, in cui le parole diventano soffio di vita, élan vital, e muovono la scena incarnando la forza dello spirito. E poi ci sono gli elementi simbolici inseriti nella narrazione: i pavoni, la colomba, la tartaruga, la civetta: tutta una serie di riferimenti ai doni dello Spirito Santo. E così via: durante la celebrazione della messa, l’opera si presta ad essere spunto per infinite letture e interpretazioni.

Quali suggerimenti darebbe a chi volesse mettersi “in ascolto” di questa sua opera, per coglierne il senso pieno dal punto di vista spirituale?
Nulla in particolare, se non di avvicinarsi, fisicamente, all’opera, per leggerne le parole e per capire la trama dell’intarsio: non è un caso che abbia utilizzato questa tecnica, in cui ogni pezzo di legno si incastra alla perfezione con l’altro, nell’altro, per dare, infine, un effetto finale quasi pittorico, in cui il segno dello schizzo originale viene scomposto e quindi ricomposto – completamente rinnovato – da migliaia di altri segni. Un’idea di comunità e di partecipazione intrinseca già nella tecnica realizzativa.

Un’opera nel rinnovato Foyer Catholique, a due passi dal quartiere delle istituzioni europee. Un messaggio, il suo, anche all’Europa politica?
Penso che di politica si debbano occupare i politici, è a loro che è affidato il benessere della popolazione. Diciamo che agli artisti resta il compito di trovare connessioni, intuizioni magari inaspettate. Se poi queste saranno d’aiuto o d’ispirazione a chi governa, tanto meglio.