• on Aprile 14, 2022

Anche nel dolore più inaccettabile può rifiorire la speranza

«Penso spesso a una mamma che stava perdendo la sua unica figlia, quattordicenne, per una grave forma di leucemia. Sia lei che il marito non erano persone particolarmente legate alla Chiesa, non facevano parte di gruppi o movimenti. Eppure questa donna mi ha detto parole di una profondità teologica incredibile. Davvero si vedeva che il Signore era vicino a lei, le dava una luce e una forza straordinarie. Sono stati loro, come tanti altri genitori, ad aiutare me. È molto più quello che ho ricevuto di quanto ho potuto dare».
Don Luigi Zucaro è uno dei cappellani dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù. Ogni giorno, con i due confratelli padre Mario Pippo e don Vistremundo Nkogo, visita i piccoli degenti, parla con i loro familiari, celebra la Messa e conferisce i sacramenti.

Difficile immaginare come si possa portare l’annuncio evangelico in un contesto come quello del più grande policlinico pediatrico d’Europa, dove le persone sperimentano un dolore estremo: la malattia e la perdita di un figlio. Allora, sottolinea don Zucaro,

è importante innanzitutto la vicinanza.

«La pastorale è fatta di rapporti interpersonali – spiega –; passiamo nei reparti, parliamo con le persone. Bisogna entrare innanzitutto in una relazione amicale altrimenti diventa una forzatura, anche perché non tutte le persone che incontriamo qui hanno una sensibilità religiosa. Ci sono molti stranieri, perché il nostro è un ospedale internazionale». Nei reparti del Bambino Gesù passano «persone di tutti i tipi – prosegue – e tutte devono sentirsi anzitutto accompagnate da una vicinanza umana ancor prima che spirituale, in un momento duro come quello della malattia di un figlio». Anche perché, spiega ancora il sacerdote, «oggi i bambini e i ragazzi ricoverati sono veramente quelli in condizioni più gravi, in quanto le situazioni più semplici vengono curate a casa o risolte ambulatorialmente. Per via della pandemia, inoltre, può restare accanto al proprio figlio soltanto un genitore, che magari spesso viene da fuori Roma. In tutti questi casi – continua – il sacerdote deve farsi innanzitutto compagno di viaggio».