• on Aprile 28, 2022

Amianto. Pesce (Comitato Vertenza): “Con la legge che lo mise al bando si rilanciò la battaglia per bonifica, giustizia e ricerca”

“È indispensabile una legge che vieti l’amianto, altrimenti non si può rimediare all’inquinamento spaventoso che questo materiale provoca e non si può affrontare con sufficiente forza il tema della ricerca sanitaria sul mesotelioma, per sconfiggerlo”.

(Foto: Alberto Baviera/Sir)

Ne è convinto Bruno Pesce, già segretario della Camera del Lavoro di Casale Monferrato e poi coordinatore del Comitato Vertenza Amianto, con il quale nel trentennale dell’entrata in vigore della legge 257/1992 che introdusse in Italia le “Norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto” ripercorriamo l’impegno che portò all’approvazione del provvedimento e come quest’ultimo diede impulso alla lotta che da Casale Monferrato si è estesa a tutto il mondo.

Dal 1970, anche all’Eternit, le lotte sindacali riguardarono la salvaguardia della salute in fabbrica e dei lavoratori. Fu questo l’inizio dell’iter che portò alla legge del 1992?
Il problema che ci siamo posti era quello di rendere evidente la tragedia che si stava consumando.

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anno ’80, portammo il problema nel territorio. Con Cisl e Uil affrontammo il tema dell’amianto proprio a livello territoriale. Questo ha fatto la differenza rispetto ad analoghe situazioni

e ha consentito di rendere evidenti i danni provocati dall’amianto per poter trovare le risposte adeguate: le malattie professionali e il loro riconoscimento, le indagini epidemiologiche iniziate nel 1985 grazie al finanziamento della Regione… Un fatto singolare e distintivo della lotta di Casale, vale la pena ricordarlo, è che in questa battaglia abbiamo agito d’accordo con gli ambientalisti, condividendo una univocità d’intenti.

Come proseguì l’impegno?
Ci rendemmo conto che ci doveva essere

una presa d’atto più radicale rispetto all’amianto: la sua messa al bando.

Che è passata, naturalmente, dal “no” alla riapertura dello stabilimento Eternit dopo che chiuse su auto-istanza di fallimento nel 1986. Come sindacato prendemmo una posizione che non fu semplice assumere: c’erano 350 disoccupati. E

già allora vedevamo la necessità di allargare la battaglia, non solo per il riconoscimento delle malattie professionali ma anche per la giustizia, per affrontare il problema dell’inquinamento nel territorio e per gli aspetti sanitari.

(Foto: Alberto Baviera/Sir)

Per fare questo era indispensabile che a livello istituzionale si prendesse atto che bisognava smettere con l’estrazione, la lavorazione, la commercializzazione e l’utilizzo dell’amianto. Ci voleva una legge. Altrimenti, come si poteva e si può parlare di bonifica se è ancora consentito estrarre, produrre e commercializzare l’amianto? Sarebbe un controsenso. Per questo,

arrivare all’approvazione di una legge che mette al bando l’amianto è un passaggio essenziale in tutti i Paesi che ancora lottano contro la “fibra killer” ma che non si sono dotati di normative che la vietano.

Tra le tappe che portarono all’approvazione della legge uno snodo decisivo fu l’ordinanza con la quale il sindaco di Casale Monferrato vietò l’impiego dell’amianto sul territorio comunale…
Nel pieno della polemica se riaprire o meno l’Eternit, nel dicembre 1987, ci fu la famosa ordinanza del sindaco Coppo che noi accogliemmo con grande soddisfazione. Non era detto che l’Eternit non riaprisse: i sindacati di categoria erano d’accordo con la riapertura, avrebbero ottenuto tutte le garanzie sulla sicurezza dalla Safe-Eternit France, che voleva riaprire lo stabilimento anche per ottenere una riconciliazione con il territorio e per non lasciare andare avanti la lotta all’amianto; perché è chiaro che si sarebbe arrestata se si fosse detto sì alla ripresa della lavorazione.

L’ordinanza del sindaco Coppo, un provvedimento storico che ha fatto scuola nel mondo, diede il colpo di grazia al tentativo di riapertura, dopo che anche 110 medici di Casale Monferrato insorsero contro la riapertura. In quel frangente capimmo che ce l’avremmo fatta, si aprì la prospettiva per arrivare ad una legge che mettesse l’amianto al bando.

Ma ci vollero altri quattro anni…
Non fu semplice, le istituzioni presero piano piano coscienza anche perché fino a quel momento era normale lavorare l’amianto e non c’era ancora una cultura sufficiente per capire che non bisogna uccidere per produrre, guadagnare, lavorare. Dopo un grande convegno che organizzammo a Casale Monferrato nel febbraio 1989, nell’agosto dello stesso anno le segreterie nazionali di Cgil, Cisl e Uil presentarono una piattaforma al Governo per la messa al bando nel nostro Paese dell’amianto. Da quel momento, per tre anni, con un gruppo di quei 350 disoccupati Eternit partecipammo a diversi sit-in davanti a Montecitorio, Palazzo Madama e Palazzo Chigi. Il sostegno delle segreterie nazionali di Cgil, Cisl e Uil fu decisivo per la messa al bando dell’amianto in Italia. Il provvedimento conteneva anche i benefici previdenziali, una maggiorazione dei contribuiti ai fini pensionistici per coloro che avevano subito un’esposizione all’amianto che consentì a quasi tutti quei 350 disoccupati di poter andare in pensione.

Approvata a fine marzo del 1992, in conclusione della X legislatura, la legge è entrata in vigore il 28 aprile di trent’anni fa. Cos’ha significato quel passaggio?
Con la legge 257 si è potuto rilanciare la battaglia: per ottenere la bonifica, partendo dai casi prioritari laddove l’amianto è più friabile quindi più pericoloso; per ottenere giustizia, considerato che in moltissime situazioni è chiara la responsabilità penale, dolosa o quantomeno colposa, di chi ha continuato ad utilizzare l’amianto senza adottare misure sufficienti per evitare migliaia di vittime, non solo tra i lavoratori ma anche tra i cittadini; per la ricerca, visto che fino a pochi anni fa era un po’ una cenerentola perché il mesotelioma era considerato un tumore raro. Oggi ci sono parecchi progetti in Italia, in Europa ma anche Oltreoceano che stanno cercando di sviscerare meglio le caratteristiche di questo cancro, indirizzando le cure attraverso una personalizzazione dei trattamenti per i singoli pazienti.

Il nostro Paese, con quella legge, anticipò di 13 anni il divieto emanato dall’Unione europea. Ma fu di fatto precursore per tutto il mondo…
La 257 del 1992 è una legge che ha fatto testo, l’anno successivo all’approvazione sono venuti in Italia dal Brasile per capire come era stato possibile arrivare ad un tale provvedimento. Lì hanno fatto passi in avanti enormi, facendo tesoro dell’ordinanza del 1987 e della legge. E in questi decenni il discorso si è allargato ad altri Paesi.

Tornando alla realtà del Monferrato, a 30 anni dall’approvazione della legge, qual è la situazione?
A Casale la bonifica in questi anni ha fatto grandi passi avanti, ora serve rilanciarla soprattutto nei paesi del territorio. Nel ’98 è stato riconosciuto il Sin (sito di interesse nazionale) che, diversamente da ciò che è avvenuto altrove, è costituito da 48 Comuni: una realtà unica, perché l’amianto è stato utilizzato anche mediante l’impiego degli scarti di lavorazione, il cosiddetto polverino, in tutto il territorio. In questi anni i finanziamenti per le bonifiche sono sempre stati utilizzati bene, mi auguro avvenga anche in questa fase finale.

Serve riprendere un po’ di slancio per dare una conclusione alle bonifiche e poter dichiarare che il Monferrato è deamiantizzato.

Le vittime sono però ancora in attesa di giustizia…
Non abbiamo mai manifestato intenzioni di vendetta nei confronti dei responsabili di questa strage. Non serviva urlare, bastava dire le cose com’erano: i termini della tragedia sono già esagerati per loro conto. Nel 2014, quando il picco delle morti non era ancora stato raggiunto, la Cassazione ha sentenziato che il reato di disastro ambientale era prescritto: come è possibile affermarlo per un reato che comporta malattie che si manifestano decenni dopo? C’è qualcosa che non funziona, bisogna intervenire per evitare di arrivare a situazioni di questo tipo. La giustizia deve avere la garanzia di essere affermata. Altrimenti, come nel nostro caso, si verifica una mortificazione pesantissima per le vittime alle quali non possiamo dare dei soldi, ma per le quali è necessario ottenere giustizia. Anche perché serve che ci sia un’autorità che affermi che una certa condotta non doveva essere tenuta e non deve mai più essere tenuta. Con una giusta sentenza che lo stabilisca. Perché altrimenti chi non c’è più non avrà giustizia.

Anche se si ottenessero dei risarcimenti, che sono sacrosanti, per le vittime non vorrebbe comunque dire giustizia.

(Foto Sir)

La lotta all’amianto a Casale Monferrato si caratterizza per essere stata trasversale e intergenerazionale. È stato questo il punto di forza?
Negli anni è maturata una risposta corale che è sfociata in una partecipazione e in una mobilitazione eccezionale, con migliaia di persone, coinvolgendo cittadini e studenti. Una cosa incredibile su un tema di questo genere. E importante. Perché,

con la consapevolezza, i cittadini danno senso all’esercizio della democrazia; con la presa di coscienza del posto in cui vivi e dei problemi che si vivono in quel luogo e la ricerca di risposte mediante la mobilitazione attiva e un continuo aggiornamento degli obiettivi si possono ottenere risultati.

Noi li abbiamo ottenuti e, per questo, la partecipazione è stata decisiva in fiaccolate, manifestazioni, convegni… Ho una preoccupazione: la consapevolezza che ti porta a lottare per il bene comune ultimamente è andata affievolendosi, da qualche anno vedo accentuarsi un maggior individualismo ed egoismo che si stanno diffondendo nella società.

Battaglie così importanti come la lotta all’amianto, se non c’è lo sguardo decisamente rivolto al bene comune, non reggono a lungo.

Se i cittadini abbandonano l’impegno e chiudono gli occhi rispetto alla necessità di intervenire nei confronti degli altri e del creato tutti perdono. Il pianeta è il bene comune più importante che abbiamo e non c’è stata sufficiente presa di coscienza dei danni causati dall’inquinamento. Su questo siamo in ritardo, ma noi cittadini dobbiamo esserne consapevoli per il bene dei nostri vicini di casa e di chi vive dall’altra parte del mondo. Di pianeta ce n’è uno solo, teniamocelo d’acconto.