• on settembre 28, 2021

America Latina. La Bella (storico): “Nella crisi di oggi, la Chiesa fatica a essere un riferimento”

Prima le rivolte sociali dell’autunno 2019, peraltro puntualmente riprese in vari Paesi con la fine del lockdown. Poi l’arrivo della pandemia, che ha letteralmente messo in ginocchio le economie e le società latinoamericane, gettando nella povertà decine di milioni di persone che si guadagnano da vivere in strada, in modo informale. È dentro a questo mix che si sta svolgendo in America Latina un delicatissimo biennio elettorale, con elezioni presidenziali in buona parte del Continente. Ha iniziato la Bolivia, poco meno di un anno fa. Il biennio si concluderà in Brasile, alla fine del 2022.

Siamo, dunque, a quasi metà del percorso e già una tendenza di intuisce: pare, se non esaurita, certamente meno intensa la ventata conservatrice o neoliberale che alla fine dello scorso decennio aveva posto fine a un lungo periodo di egemonia della sinistra nel Continente. E si assiste, appunto, sulle ali delle proteste e della crescente povertà, a un ritorno dell’izquierda: non uniforme, contraddittorio, più emotivo che frutto di un progetto. Si va dalla sinistra ormai consolidata del Mas in Bolivia, alla clamorosa affermazione di Pedro Castillo in Perù, fino alla vittoria delle forze di sinistra non tradizionali alle elezioni per la Costituente in Cile, in attesa delle imminenti elezioni presidenziali. Perfino nella conservatrice Colombia, Gustavo Petro, sconfitto al ballottaggio nel 2018, è dato per favorito. L’eccezione, stando al Sudamerica, è l’Ecuador del liberale Guillermo Lasso, che peraltro solo per un pugno di voti non aveva lasciato posto al ballottaggio a un altro leader alternativo e antisistema, l’indigenista Yaku Pérez. Un ragionamento a parte andrebbe fatto per il Centroamerica, caratterizzato perlopiù da democrazie debolissime, che si appresta a vivere le elezioni farsa controllate dal regime di Ortega in Nicaragua e le presidenziali in Honduras, altro Paese, per motivi diversi, alla deriva.

“Difficile anche dire se, in generale, si possa parlare di sinistra”, riflette Gianni La Bella, docente di Storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia. Una cosa, sicuramente, sta emergendo, afferma il docente: “L’origine è nella feroce diseguaglianza, in cui si dibatte l’America Latina, senza migliorare la situazione di un millimetro. La novità è che i giovani non sono più disposti ad accettare tale realtà. Tuttavia, mi pare che si tratti di un ‘sessantotto cieco’, è in discussione tutto, ogni tanto si incendiano chiese o statue di Cristoforo Colombo”. Ma a mancare è, appunto, una progettualità.

Le incognite del Perù. Tutto ciò è particolarmente evidente in Perù. “Qui risalta il dissesto radicale della società e della politica, con una corruzione senza uguali, ci sono stati quattro presidenti in quattro anni, la questione etnica è ancora più forte che nel resto del Continente, nonostante il forte radicamento cattolico l’episcopato fatica a trovare unità – afferma La Bella -. Si sono confrontati due mondi, senza spazi per corpi intermedi e mediazioni. Ora, verrebbe da dire, se il nuovo presidente Pedro Castillo ha voluto la bicicletta, deve pedalare. Ma il suo programma neo-socialista non ha i numeri in Parlamento per poter essere realizzato”.

Proprio per questo, ci si sarebbe potuti aspettare maggiore prudenza nei primi passi, peraltro contraddittori, della presidenza di Castillo, che si è circondato di ministri di sinistra radicale, alcuni dei quali sospettati di aver avuto legami con il sanguinario gruppo terrorista Sendero Luminoso. Di fronte all’Assemblea dell’Onu, Castillo ha ribadito la sua forte contrarietà a qualsiasi atto di violenza e terrorismo. Ma, nel frattempo, si è aperto un altro fronte riguardante i rapporti con il presidente del Venezuela Maduro. Addirittura, i due hanno parlato di un’operazione di “rimpatrio di massa” dei numerosissimi venezuelani che hanno trovato rifugio in Perù negli ultimi anni.

In Bolivia voglia di vendetta. Forti tensioni si vivono anche in Bolivia. Nessuno avrebbe scommesso, poco meno di due anni fa, ai tempi della “fuga” di Evo Morales, su un rapido ritorno al potere del Mas, il partito socialista ora guidato dal presidente Luis Arce, trionfatore delle elezioni presidenziali di fine 2020. Ma l’indiretta rivincita di Evo, che è tornato nel suo Paese e continua a condizionare le scelte del Mas, si è trasformata ben presto in un’irrefrenabile voglia di “eliminare” politicamente tutti coloro che avevano avuto un ruolo nell’intermezzo. Così la presidente ad interim Jeanine Áñez da mesi è in carcere, accusata del “presunto golpe” che avrebbe provocato la caduta di Morales, senza la possibilità di difendersi. E nei giorni scorsi il Mas ha diffuso una lista di 35 politici “golpisti”, chiedendo che siano processati: tra questi, i candidati alla presidenza Carlos Mesa e Luis Camacho.

“Ai tempi della caduta di Morales si era voluto gettare via il bambino assieme all’acqua sporca – afferma La Bella -. Non è stato certo un esempio di democrazia, ma d’altro canto durante i suoi governi la Bolivia è cambiata. Gli eccessi di due anni fa hanno ora favorito gli eccessi attuali, cose già viste nel Continente”.

Ciò non toglie che l’attuale “purga” degli avversari politici sia una pagina di cui non si sentiva il bisogno. Come sta cercando in tutti i modi di spiegare la Conferenza episcopale boliviana, che ripetutamente lancia appelli alla pacificazione nazionale e recentemente ha ricostruito gli eventi del novembre 2019 in modo ordinato, mettendo in fila date e scelte. Nel rapporto di 25 pagine emerge, per esempio, che Áñez divenne presidente solo dopo la “fuga” di Morales e con il voto del Parlamento, nel quale il Mas aveva i due terzi dei voti. E si ricorda il lavoro del tavolo di dialogo (al quale partecipò anche il Mas in tutte le sue fasi) che riuscì a evitare una guerra civile, con il fondamentale contributo, tra gli altri, della Chiesa e dell’Unione europea. Anche per questo, sono sembrate surreali le accuse partite in Europarlamento da settori della sinistra contro l’ambasciatore dell’Unione europea, León de la Torre, accusato di “ingerenza” per aver appunto operato per la riconciliazione.

La Chiesa è interpellata. Tornando alla situazione del Continente latinoamericano, La Bella conferma le proprie preoccupazioni: “Vedo le stesse trappole del passato, pare che non si voglia progredire”.

Un segno di speranza è, per esempio, la prima scuola latinoamericana di leader popolari, promossa dall’Accademia americana dei leader cattolici assieme a varie realtà anche ecclesiali, sulla scia del magistero di Papa Francesco:

“Effettivamente, nella crisi di oggi, la Chiesa fatica a essere un riferimento

– conclude lo storico -. Quando io ero giovane, conoscevo il nome di due politici latinoamericani, ma di almeno dieci vescovi. Figure come dom Camara o il card. Lorscheider, di fatto, rappresentavano l’America Latina. I giovani di allora si identificavano in queste persone. Ora non sta succedendo, i giovani protestano ma, a parte qualche eccezione, la Chiesa dov’è? Sono chiamati in causa i vescovi, i preti, ma anche i laici. Il Continente più cattolico del mondo non produce un movimento, un presidente, un sindaco”. Ecco, allora, l’importanza di iniziative nuove, in grado di investire nel lungo periodo.

*giornalista de “la voce del popolo”