• on Gennaio 23, 2023

Ambiente. Milano: “Serve lavorare insieme per un pianeta più salubre e sicuro”

L’Onu, attraverso un rapporto pubblicato in questo mese di gennaio, ha annunciato che il buco dell’ozono si sta chiudendo e che tornerà alla normalità nel 2040 nella gran parte del mondo, mentre si ricreerà completamente entro il 2045 sull’Artico ed entro il 2066 sull’Antartide. Questo è il risultato della scelta decisiva della stragrande maggioranza dei governi di eliminare gradualmente le sostanze che ne riducono lo strato. Un tempo il buco dell’ozono era considerato il pericolo ambientale più temuto per l’umanità, ma adesso il rischio ambientale ha anche altri nomi: cambiamento climatico, surriscaldamento globale, scioglimento dei ghiacciai. Con Giuseppe Milano, segretario generale di Greenaccord, facciamo il punto della situazione.

(Foto: Redazione)

Quanto è importante il risultato della prossima chiusura del buco dell’ozono e come ci stiamo concretamente arrivando?

È un risultato notevole che contribuisce, efficacemente, al contrasto ai cambiamenti climatici.

Secondo “il Rapporto di valutazione quadriennale dello stato di salute dell’ozono” e nonostante la variabilità delle condizioni meteorologiche da un anno all’altro possa rendere meno evidente la tendenza in corso, l’applicazione del Protocollo di Montréal in vigore dal 1989, ma anche dell’integrativo Emendamento Kigali del 2019 hanno permesso e stanno consentendo l’eliminazione del 99% delle sostanze chimiche che riducono lo strato di ozono, quali i clorofluorocarburi (Cfc), utilizzati lungamente come solventi e refrigeranti, e gli idrofluorocarburi (Hfc). Ne consegue, pertanto, che “il buco” nello strato di ozono, il pericolo più temuto per l’umanità per molti anni sin dagli anni ’80 per il rischio di esporsi ai dannosi raggi solari ultravioletti (Uv), dovrebbe chiudersi completamente entro il 2040 (ed entro il 2066 sui territori dell’Antartide).

Con la cooperazione globale, perciò, possiamo ancora raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile e i target di benessere indicati a livello internazionale?

Sì. Questa esperienza, come il recente Accordo per la Biodiversità sottoscritto casualmente sempre a Montreal alla fine della Cop15, indica che insieme, convergendo sull’urgenza della salvaguardia dei nostri fragili ecosistemi e della riduzione dei gas serra climalteranti, si possono ottenere risultati importanti e duraturi per un pianeta più salubre e sicuro. Ce lo ricorda anche Papa Francesco: da soli non c’è storia. Siamo tutti in relazione perché tutto è interconnesso.

(Foto: ANSA/SIR)

Se da un lato celebriamo la prossima chiusura del buco dell’ozono, dall’altro registriamo con crescente preoccupazione le evidenze scientifiche sul progressivo scioglimento dei ghiacciai. Secondo uno studio pubblicato da Science, quasi la metà di essi è perso per sempre.

Il dato, assolutamente sconcertante, di 104mila ghiacciai destinati a scomparire per sempre entro la fine del secolo per l’inarrestabile crescita della temperatura media globale, anche se riuscissimo a tenere questo aumento entro il grado e mezzo indicato nel 2015 dall’Accordo di Parigi, dovrebbe agitarci moltissimo.Negli ultimi anni, infatti, l’ecosistema montano ha sofferto più di quello urbano per l’accelerazione dei cambiamenti climatici con temperature, soprattutto minime, sempre più alte rispetto ai decenni precedenti. Le ondate di calore – come quella con cui si è aperto il 2023 – sono sempre più intense e frequenti anche a 1300-1500 metri e stanno concorrendo alla perdita irreversibile di superfici e di volumi almeno del 40-50%. La Marmolada, che ricordiamo per la catastrofe dello scorso luglio, nell’ultimo secolo ha perso più del 70% in superficie e oltre il 90% in volume. La carenza di piogge e l’assenza di neve – per cui si inizia a parlare di deglaciazione delle Alpi e dell’Appennino – dopo la siccità che ha perturbato il settore dell’agricoltura nel 2022, come denunciato pure da Coldiretti, rischia seriamente di impattare sul turismo. Nello specifico, strati nevosi meno spessi, oltre al rischio accentuato di colate detritiche e frane, determinano una progressiva riduzione di acqua nei terreni, negli invasi, nei laghi e nei fiumi, con conseguenze che saranno evidenti tra la primavera e l’estate. Dobbiamo capire, pertanto, che le Alpi, per come le conosciamo oggi e le sfruttano gli operatori turistici, entro la fine del secolo non esisteranno più. È necessario cambiare sguardo radicalmente e imparare ad adattarci alle mutate condizioni climatiche per valorizzare rispettosamente i paesaggi montani, nei dettami dello sviluppo sostenibile e delle soluzioni basate sulla natura.

(Foto Siciliani – Cristian Gennari/SIR)

C’è, infine, il problema del surriscaldamento globale che non provoca soltanto il disastro dei ghiacciai. Siamo ancora in tempo per fermarlo?

Secondo il programma europeo di osservazione della Terra Copernicus, il 2022 è stato, rispettivamente per l’Europa e a livello mondiale, il secondo e il quinto anno più caldo da quando sono partite le rilevazioni e, in generale, degli ultimi due secoli, con ondate di calore che stanno concorrendo sia alla perdita irreversibile dei ghiacciai, sia all’anticipo della primavera con una alterazione degli equilibri stagionali che potrebbe produrre una siccità ancora più pericolosa dello scorso anno. Per l’Ipcc delle Nazioni Unite,

il nostro Paese è un hotspot per i cambiamenti climatici,

ossia è particolarmente esposto e vulnerabile per la fragilità della regione euromediterranea in cui si trova. Con Greenaccord e tante altre organizzazioni ambientaliste auspichiamo, dunque, che il nuovo Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, presentato a fine dicembre dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, sia approvato definitivamente il prima possibile per rispondere efficacemente al rischio della desertificazione di molti territori italiani, a cominciare da quelli meridionali, e alla sfida essenziale della decarbonizzazione.