• on ottobre 25, 2019

Amazzonia: la lotta degli indigeni dell’Ecuador contro i “mecheros” della morte e gli scarti del petrolio

Acque avvelenate da 68 miliardi di litri di scarti del petrolio sversati in 880 piscine tossiche, nere e viscide, sulle quali si può anche camminare. Le fiamme dei “mecheros” (camini attraverso i quali si brucia il gas che esce quando si estrae petrolio) che si sollevano verso l’alto e producono temperature fino a 100 gradi centigradi, che distruggono la vita tutto intorno. Popoli indigeni che si estinguono perché si è interrotto il legame vitale con la natura. Una terra di foreste e di fiumi nell’Amazzonia ecuadoriana è oggetto di devastazione da 26 anni a causa dell’estrazione del petrolio da parte della Chevron Texaco, la multinazionale del petrolio. La storia e la lunga vicenda giudiziaria sono  note e dibattute, tant’è che nel 2001 una sentenza ecuadoriana ha condannato la compagnia petrolifera a risarcire le vittime con 9 miliardi e mezzo di dollari. Una corte arbitrale dell’Aja ha intimato alle autorità di Quito di compensare il colosso americano per violazioni di un accordo sugli investimenti sottoscritto negli anni ’90 con gli Stati Uniti. Poi il presidente dell’Ecuador Lenin Moreno ha chiesto ai tribunali di Argentina e Canada di bloccare l’omologazione all’estero della sentenza ecuadoriana che condanna la Chevron. Ora le organizzazioni indigene, difese dall’avvocato Pablo Fajardo, stanno tentando difficili negoziati all’Onu a Ginevra, per chiedere uno strumento giuridico vincolante che restituisca giustizia alle vittime di disastri naturali provocati dalle grandi corporazioni. “Nella prima riunione l’Unione europea è uscita dalla sala – ha riferito Fajardo -.  Dice che non c’è bisogno di un trattato ma sono sufficienti i principi del diritto internazionale. Ma i diritti della natura, dei contadini o dei popoli non sono vincolanti per gli Stati, al contrario dei diritti economici e commerciali. Perciò ci chiediamo: cosa deve prevalere nel mondo? La vita umana o il denaro?”.

Pablo Fajardo (Foto: Massimiliano Cochi)

26 anni di processi e ancora non c’è giustizia. “In questi 26 anni di processi contro Chevron – ha detto Fajardo in un incontro a Roma presso l’agenzia Dire – ci siamo resi conto che non esiste accesso alla giustizia quando le vittime sono i popoli indigeni, le donne, i contadini. Non esiste una corte di giustizia internazionale dove poter chiamare in causa le multinazionali. È giusto che le aziende continuino a fare soldi, ma sempre nel rispetto delle comunità”. I coordinamenti che riuniscono 18 popoli indigeni di 15 nazionalità e 10.000 comunità di base in Ecuador hanno anche inviato il 21 ottobre

una lettera al Fondo monetario internazionale per chiedere il rispetto dei diritti, la dignità e la sovranità dei popoli.

William Lucitante, popolo Cofan

Il popolo Cofan, da 15.000 a 1.200 persone. Il popolo Cofan, rappresentato da William Lucitante, leader dell’associazione delle vittime Union de afectados por Chevron Texaco (Udapt), si è drasticamente ridotto passando da 15.000 a circa 1.200 persone. “Non sono andati via, sono morti – ha precisato -. L’imposizione di forme di vita diverse, lo sfruttamento della natura e l’inquinamento ci hanno costretti a cambiare. Non possiamo più curarci con le nostre medicine tradizionali, l’acqua è inquinata”. “È importante che il mondo sappia cosa succede in Ecuador – ha affermato -: la sentenza che abbiamo vinto è stato un passo in avanti ma non è sufficiente. Per questo abbiamo deciso di estendere la lotta a livello globale. È importante che tutti conoscano la visione dei popoli indigeni e capiscano perché lottiamo”. “Oggi le comunità si aiutano da sole, noi amplifichiamo solo la loro voce”, ha precisato Gianni Del Bufalo, presidente di Volontari nel mondo-Focsiv, anche lui presente all’incontro.

Le conseguenze dei gas bruciati nei”mecheros”. Nelle provincie di Orellana e Sucumbios più colpite dalla presenza della Chevron Texaco l’Università di Padova ha portato avanti un progetto di ricerca per verificare l’impatto dei fuochi legati all’estrattivismo: i gas flaring o “mecheros” in spagnolo. Dal 2012 al 2018 sono stati stimati 7.000 milioni di metri cubi di gas bruciato, con un aumento del 15% e 34 nuovi siti aperti. Ogni anno vengono bruciati 140 miliardi di gas. In una area di 5 chilometri con 120 scuole e 158 comunità locali “le persone sono costrette a respirare questi gas”, ha raccontato Salvatore Pappalardo dell’Università di Padova. La ricerca studia il fenomeno con immagini satellitari e il coinvolgimento diretto delle popolazioni locali:

“L’isola di calore che può arrivare a 100 gradi centigradi crea anomalie termiche al suolo, altera la produttività locale, provoca il fenomeno delle piogge acide e impatta sulla salute”.

Pablo Fajardo a Roma

Ecuador, “vogliono disarticolare il movimento indigeno”. Le scelte del governo ecuadoriano e le manifestazioni popolari dei giorni scorsi sono state ai margini dell’incontro romano. All’indomani dell’accordo tra il governo e la Conaie, la confederazione che rappresenta gli indigeni, in Ecuador, “è iniziata una campagna mediatica di diffamazione – ha precisato Fajardo, rispondendo ai giornalisti -. Il 14 ottobre sono state presentate denunce penali da parte del governo contro i dirigenti indigeni, il 15 ottobre il governo ha sostituito tutti i capi militari perché chi stava nel precedente comando non aveva accettato l’ordine di sparare alla popolazione. Hanno messo nuovi comandanti, sicuramente più accondiscendenti nell’obbedire agli ordini del governo”. “Vogliono disarticolare il movimento indigeno e sociale in modo che non sia in grado di mobilitarsi nuovamente – ha aggiunto -. Temo che il governo si stia preparando per una repressione ancora maggiore rispetto a quella di ottobre”. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty international, ha osservato: “Purtroppo oggi ci troviamo di fronte ad uno stesso format. Misure impopolari dei governi, proteste e repressione. Poi dopo un paio di settimane di stato di emergenza arriva un messaggio riconciliatorio. Le piazze di tutto il mondo ribollono”.