• on Ottobre 21, 2022

Alla Festa del cinema la Palma d’oro “Triangle of Sadness” di Östlund, acuta e feroce satira sociale, e “L’innocente” di Garrell

Umorismo nero e tragico, a tratti respingente. È la cifra di “Triangle of Sadness”, film scritto e diretto da Ruben Östlund, incoronato con la Palma d’oro al 75° Festival di Cannes e ora in cartellone alla 17a Festa del Cinema di Roma. Dopo i fragorosi successi di “Forza maggiore” (2014, Premio della Giuria, Un Certain Regard – Cannes) e “The Square” (2017, Palma d’oro, Cannes), lo svedese Östlund mette a segno un altro titolo potente e feroce, una critica sociale durissima tra mondo della moda, ricchezza e social media. Tra i protagonisti Harris Dickinson e Woody Harrelson. Ancora, sempre dalla Croisette arriva a Roma “L’innocente” (“L’innocent”) di e con Louis Garrel, brillante riflessione su relazioni familiari e sentimentali oggi, film giocato tra commedia e giallo. Nel Cast Roschdy Zem, Anouk Grinberg e Noémie Merlant. Il punto Cnvf-Sir.

“Triangle of Sadness” (al cinema, dal 27.10)
Picchia duro, ma con intelligenza. Il regista svedese Ruben Östlund, classe 1974, con il suo ultimo film “Triangle of Sadness” conferma il suo indubbio talento, quel suo stile incisivo, personalissimo, nel panorama europeo. I suoi film, che accostano l’ironia tagliente al grottesco feroce, si configurano come istantanee sociologiche di una società fragile e superficiale. Malata. “Triangle of Sadness” è il punto di arrivo di una trilogia ideale aperta da “Forza maggiore” e seguita da “The Square”. I rapporti tra donne e uomini sono sotto la lente di ingrandimento, sempre più instabili e sbilanciati, soprattutto nei ceti elevati.

La storia. Carl e Yaya (Harris Dickinson e Charlbi Dean) sono due modelli influencer tra i venticinque e i trent’anni inseriti in un ambiente facoltoso. Vengono invitati a partecipare a una crociera di lusso insieme a un selezionato gruppo di ricchi proveniente da diversi Paesi. A capo della nave un comandante statunitense riluttante (Woody Harrelson), fedele solo alla bottiglia e a Karl Marx. Nella parata di opulenza a bordo, qualcosa però va storto durante una cena di gala: il mare in tempesta fa saltare gli schemi e tutti gli invitati, personale di bordo compreso, perdono il proprio aplomb.

(©Plattform_Produktion)

Ruben Östlund chiarisce subito il titolo del film: “si riferisce a un termine usato nel mondo della bellezza”, ovvero la “ruga in mezzo alle sopracciglia, quella che in svedese chiamiamo ‘la ruga dei guai’, perché indica che nella vita hai dovuto affrontare tante battaglie… Pensavo che questa scelta dicesse qualcosa della nostra epoca e della nostra ossessione per le apparenze”. In particolare, puntualizza ancora il regista: “quello che mi affascina di più, però, è il tema del valore economico della bellezza, che prescinde dal settore specifico della moda. Il nostro aspetto ha un ruolo chiave e condiziona ogni situazione sociale: questo genera una specie di ingiustizia universale”.

Diviso in alcuni riusciti capitoli narrativi, “Triangle of Sadness” si presenta come un saggio sulla lotta di classe dei giorni nostri, declinata in chiave elegante e spietata a bordo di una nave da crociera upper class. Tutti sulla barca hanno un ruolo, uno status, che rimarcano e difendono. Quando però la ruota della vita gira, e il caos domina la scena, i ruoli saltano e la piramide di classe implode rovinosamente. Si attivano atteggiamenti antropologici estremi: quadri esilaranti, crudi e impietosi, dallo spassoso al ribrezzo.

Östlund ci mostra l’inconsistenza del nostro mondo, quello che ruota sulle apparenze, amplificate dal voyeurismo dei social media: si può comprare davvero tutto con il denaro? E qual è il prezzo della dignità umana? Il regista tratteggia un campionario di esistenze misere e tragiche, che suscitano compassione ma anche fastidio. Usa la sua macchina da presa, il suo cinema, come specchio riflettente e un poco deformante, teso a metterci a nudo per le contraddizioni morali del nostro oggi, soprattutto quando vengono assecondati gli istinti ombelicali. È la “globalizzazione dell’indifferenza”, di cui parla papa Francesco, il trionfo dell’Io dinanzi allo smarrimento del Noi. Diretto con grande vigore ed efficacia narrativa, forte di un copione puntuale e di una recitazione energica, il film “Triangle of Sadness” conquista e respinge insieme, affascina e un poco lascia basiti. Ma di certo non tiepidi. Consigliabile, problematico, per dibattiti.

“L’innocente”
È passato ieri sul tappeto rosso della Festa di Roma “L’innocente”, film scritto e diretto da Louis Garrel. Il popolare attore francese, classe 1983, con vent’anni di carriere alle spalle firma la sua quarta regia, dopo “Due amici” (2015), “L’uomo fedele” (2018) e “La crociata” (2021). L’opera si muove sul confine tra più generi: sentimentale, commedia brillante, family drama e prison movie. La sceneggiatura è firmata dallo stesso Garrel con Tanguy Viel.

La storia. Francia oggi. Il trentenne Abel (Louis Garrel) è un biologo marino che lavora in un acquario; rimasto vedovo, trascorre le giornate con l’amica Clémence (Noémie Merlant) e la madre Sylvie (Anouk Grinberg). Quando Sylvie, docente di teatro in carcere, gli comunica la volontà di sposare Michel (Roschdy Zem), un detenuto in uscita su libertà vigilata, Abel si fa pensieroso: sospetta infatti che l’uomo non abbia perso il vizio del crimine, e che voglia approfittarsi dell’ingenuità della madre, una donna in costante ricerca d’amore.

(@Firman)

Il titolo, “L’innocente”, abbraccia entrambi i personaggi maschili della storia, Abel e Michel. Come sottolinea Garrel: “In un certo senso, quando commetti un crimine per motivi nobili, sei innocente. Il che, lo devo ammettere, secondo la legge non è moralmente molto corretto. È la famosa battuta de ‘La regola del gioco’ di Renoir: La cosa terribile, a questo mondo, è che ognuno ha le sue ragioni”.

Strappa non poche risate il film “L’innocente”, dall’impianto narrativo ibrido, risate soprattutto grazie agli snodi da commedia degli equivoci, esaltati da attori generosi e in parte. Un cast che risponde tutto alla perfezione al copione. Il film esplora la dimensione familiare, personale, allargando poi il campo anche al difficile reinserimento per gli ex detenuti. Un racconto che funziona principalmente nella sequela di suggestioni brillanti, che corrono su dialoghi e battute ben scritti. Nell’insieme, però, l’andamento complessivo passa per essere sovraccarico, e dunque un po’ superficiale. “L’innocente” di certo diverte, coinvolge, senza però lasciare traccia. Peccato. Consigliabile, problematico-brillante, per dibattiti.