• on Ottobre 14, 2022

Alla Festa del Cinema è il giorno di “Coupez!” di Hazanavicius e “La cura” di Patierno

Tra scena e retroscena. Nel secondo giorno della 17a Festa del Cinema di Roma (13-23 ottobre), il filo rosso che unisce i titoli principali del cartellone è lo svelamento della finzione cinematografica, lo sguardo su set e troupe al lavoro. È quanto ci mostra il sorprendente film del Premio Oscar Michel Hazanavicius, “Coupez!” (in Italia “Cut! Zombi contro zombi”), con Romain Duris, Bérénice Bejo e Matilda Lutz: il set di uno dei tanti zombie movie di serie B si trasforma in una “raffazzonata” lezione di cinema. Ancora, l’italiano “La cura” di Francesco Patierno, giocando sempre sulla linea di confine tra realismo e finzione, esplora la città di Napoli al tempo del deflagrare del Covid-19, richiamando “La peste” di Albert Camus. Protagonisti Francesco Di Leva (anche sceneggiatore) e Alessandro Preziosi. Punto Cnvf-Sir.

“Coupez!” (al cinema, dal 31.10)
Esattamente dieci anni fa trionfava agli Oscar con il suo folgorante “The Artist”: cinque statuette vinte tra cui miglior film e regia. Il parigino Michel Hazanavicius, classe 1967, si impose nell’olimpo hollywoodiano con un film-omaggio alla storia dell’industria cinematografica a stelle e strisce. In un certo senso, quasi sullo stesso tracciato gira l’ultima sua opera “Coupez!” – dal giapponese “Zombie contro zombie. One Cut of the Dead” (2017) –, che ha inaugurato il 75° Festival di Cannes (2022). Il punto di contatto tra due titoli così diversi e distanti per ambientazione temporale-culturale è il cinema stesso, il mondo del set e della produzione: lo svelamento della magia che sta alla base dell’opera cinematografica, come Federico Fellini ne “E la nave va” del 1983.

La storia. Francia, oggi. Alle porte di Parigi, in un edificio abbandonato, sono in corso le riprese di un film a basso costo sugli zombie. Il regista è Rémi (Romain Duris), con lui sul set anche l’ex moglie Nadia (Bérénice Bejo) nei panni di una truccatrice. Raphaël (Finnegan Oldfield) e Ava (Matilda Lutz) sono i due giovani protagonisti in uno scenario dove serpeggiano tensione e nervi che saltano ciak dopo ciak. Qualcosa, poi, inizia ad andare inspiegabilmente storto…

A chiarire il perimetro dell’azione è lo stesso regista Hazanavicius: “È un film ambizioso che inizia in modo catastrofico e si rivela pian piano con lo snodarsi della storia in modo del tutto inaspettato. Si presenta inizialmente come un B movie sugli zombi, poi viene gradualmente dirottato in un adattamento di film di zombi vero e proprio, per trasformarsi quindi in una ‘situation comedy’ e sfociare infine in un nuovo genere”.

Senza voler svelare troppo delle svolte narrative, “Coupez!” parte quasi sottotono, lasciando persino interdetti, per decollare poi a metà strada con un deciso cambio di passo. Il film perde quell’aura di ambiguità per trovare senso e persino ritmo brillante. Diventa protagonista, infatti, la magia stessa del cinema, il microcosmo di professionalità che fa volteggiare il set: fonici, macchinisti, truccatori, sceneggiatori, attori, senza i quali il film non prenderebbe mai forma.

Pertanto, se sulle prime “Coupez!” rischia di apparire stancante e persino respingente, proprio per la messa in scena sanguinolenta, nel corso della narrazione la storia sterza in una direzione altra, mettendo a tema il cinema stesso, il lavoro di squadra della troupe e persino i legami familiari, quel tessuto primario da cui sbocciano vocazioni e sogni.

Bene gli interpreti, che si prestano al gioco narrativo-esperienziale di Hazanavicius, a cominciare dalla sempre brava Bérénice Bejo, come pure il mai banale Romain Duris. Nel cast l’italiana Matilda Lutz e Simone Hazanavicius, che anche nell’opera veste i panni della figlia del regista, quasi a tratteggiare un tenero e speranzoso battesimo professionale.

Dopo un paio di titoli non del tutto a fuoco, Michel Hazanavicius sembra dunque ritrovare leggerezza e vigore narrativo, mettendo a segno un film godibile e di certo non scontato. “Coupez!” è complesso, brillante, per dibattiti.

“La cura”
L’allargare il campo dello sguardo, il mostrare il mondo del set in azione, è la scelta che compie anche il regista-sceneggiatore partenopeo Francesco Patierno, classe 1964, nel suo ultimo film “La cura”. Un inglobare nel racconto le leve della finzione, chi sta dietro alla macchina da presa. Non serve scomodare il già citato Fellini, come pure François Truffaut (“Effetto notte”, 1973) o Billy Wilder (“Viale del tramonto”, 1950), basta richiamare una certa tendenza del cinema e della serialità contemporanea a sconfinare tra scena-retroscena come nella miniserie Hbo “Scene da un matrimonio” (2021) di Hagai Levi.

Veniamo però a “La cura”. Patierno, che è un regista raffinato e acuto, costruisce un racconto stratificato che unisce la pagina di Albert Camus, il soggetto de “La peste” del 1947, con la stringente attualità della pandemia da Covid-19. Al centro temi ed emozioni sperimentati nel nostro quotidiano: “La paura – indica Patierno –, il sentimento di separazione, il contrasto tra la scienza e la fede, e soprattutto la solidarietà e l’empatia tra le persone, come unico rimedio alla malattia”.

La storia. Napoli oggi, sono in corso le riprese di un film e la troupe si muove scrupolosa con le mascherine perché nel Paese vige il lockdown. Il copione che viene messo in scena racconta l’impegno in prima linea del dottore Bernard (Francesco Di Leva), che riscontra sempre più malati a causa di un virus insidioso e aggressivo.

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Scritto da Patierno, Francesco Di Leva e Andrej Longo, “La cura” è un film che conquista soprattutto per l’eleganza visiva, per la consueta raffinatezza con cui il regista compone l’immagine e governa la camera. Il suo cinema – “Pater familias” (2002), “Cose dell’altro mondo” (2011) e “Napoli ’44” (2016) – coniuga temi sociali, anche di complessa intensità, con un estetismo colto e poetico. Anche qui, ne “La cura”, la dimensione visiva sembra dominare, anzi predominare su quella narrativa.

L’impianto del racconto è senza dubbio acuto e interessante, quell’accostamento tra l’opera letteraria di Camus e la spiazzante pandemia dei nostri giorni, prendendo per di più come punto di osservazione attori e maestranze di un set. Oltre alla regia convincente, a funzionare è il lavoro degli interpreti, dai protagonisti Francesco Di Leva (sempre più bravo!) e Alessandro Preziosi, agli attori che sagomano ruoli “minori” ma di grande intensità: Antonino Iuorio, Peppe Lanzetta, Andrea Renzi, Francesco Mandelli e Cristina Donadio.

L’opera volteggia dunque elegante tra piazze, vie e rioni della Napoli di oggi, una Napoli bella, bellissima, ma svuotata, quella nei primi giorni burrascosi della pandemia. Concettualmente il film emana una certa potenza e poesia, ma narrativamente la dimensione del sentimento, dell’empatia con le fragilità umane, fatica ad attecchire. Questo perché lo svelamento tra finzione e set entra in scena sin dal principio, smorzandone pertanto pathos e carica emotiva. Detto questo, la firma di Patierno è una garanzia per un’opera di qualità, mai superficiale. “La cura” è consigliabile, problematico, per dibattiti.