• on Dicembre 30, 2022

Afghanistan. Tempo di ripartire

(Herat) Oggi si chiude il mio quaderno di racconti dall’Afghanistan, dove ho cercato di sedare la paura ma di lasciar vivere le parole delle antiche arti di Herat e di cantare poesie che il cuore di ognuno qui conosce. Ho tentato di spiegare che noi siamo sempre partiti ma le nostre mute arti e le montagne sono rimaste al loro posto. Mi riferisco all’esperienza dell’emigrazione, ai brevi viaggi indimenticabili che faccio fra questi due continenti, ai miei ritorni dopo i successi, al mio sogno sin da piccolo che un giorno avrei scritto una lettera con la mia penna. È inverno, tutti accendono le loro stufe a carbone, i bambini e i genitori vi si riuniscono intorno, i ricchi utilizzano molto spesso una stufa a gas o bruciano la legna insieme al carbone ma i poveri bruciano la plastica, insomma ogni cosa che si può bruciare comprese le ossa. Così in casa si può godere di una certa normalità mentre fuori il cielo è spaventato dallo smog. C’è così tanto smog che il sole non riesce più a far arrivare i suoi raggi luminosi e noi respiriamo il fumo che esce da ogni camino. Povero creato, poveri boschi che devono rinascere da questa situazione. Povera neve che deve posarsi in terra passando per questi fumi velenosi. Per spiegare questo paese bisognerebbe sfogliare pagine e pagine per intervenire su tutte le sue emergenze, ma ci vorrebbe molto più spazio di quello che questo foglio bianco mi offre.

Herat (foto Gholam Najafi)

La moschea di Herat. Invece c’è tempo per trattare della più antica moschea di Herat costruita sotto la dinastia dei Ghuride e poi ampliata sotto varie dinastie. È situata a pochi passi dai cinque affascinanti minareti di Soltan Bayqara e dalla Cittadella di Herat. La prima moschea, secondo le fonti, è stata costruita sopra gli antichi templi del fuoco. È un luogo conscio della sua bellezza dove i fedeli giungono a frotte durante ogni preghiera. Arrivano, correndo da ogni porta, verso il cortile dei lavacri, io passo direttamente al grande cortile dove i lavori del giardino, che è stato più volte distrutto, ora sono sospesi ma c’è laggiù un nobile portone nascosto tra i nuovi muri. Chiamano questo gioiello “laboratorio dell’arte”, è l’unico elemento che risale alla prima costruzione della moschea, ora è là come un libro di architettura e di arte aperto ai grandi maestri che continuano a curare l’arte islamica prendendo spunto da antichi manufatti. È strano vedere certe opere salve, sopravvissute alle continue guerre afghane, ma è esemplare compiere un ‘pellegrinaggio’ nelle singole stanze e nei forni dove vengono stampate, cotte e disegnate le ceramiche, con i vari colori sciolti nelle vasche, per poi portarle ad altri artisti che le posano sulle varie facciate. Gli artisti mi hanno lasciato girare per le stanze spiegandomi la loro rovina e la loro rinascita sotto le varie dinastie. La mia curiosità li ha spinti a darmi ulteriori risposte su tutte le procedure, mentre i forni andavano a cuocere i mattoni e le ceramiche. Nel mentre mi tornavano alla mente le mie vecchie lezioni sull’arte islamica, quando studiavo a Venezia. Ora sono qui, la somiglianza di questo luogo mi porta in Marocco, a Palermo, in Iran… Uscendo mi rimangono da visitare altri due luoghi rimasti dalla dinastia Ghuride: “Shah-e Mashad e di Chest-e Sharif”.

Herat (foto Gholam Najafi)

Ritorno alle vecchie abitudini. Poi la voce di Abdul Basit, il muezzin che, come accade in ogni paese musulmano, sciita e sunnita, fa l’annuncio della preghiera. È mezzogiorno e la folla dei fedeli inizia a mettersi in fila verso la moschea come le formiche primaverili. La moschea e i fedeli sono al massimo livello di protezione per via degli attentati. Il Paese ne ha visti tanti e non si tollerano altre violenze, ma i grandi capi entrano senza troppi controlli. Questo è un punto che va studiato con attenzione per capire la politica afghana. Con i governi precedenti, e per i loro leader, le Forze dell’ordine erano considerate come dei servi. Esse avevano perso il loro valore e il loro potere, erano troppo occidentalizzate. Ora si nota una ripresa delle vecchie abitudini: nel 2021, dopo le otto di sera, si usciva senza avere la certezza di ritornare a casa mentre ora si cammina senza paura di ladri e violenti fino alla mattina dopo. Ecco il cambiamento. È come se i ladri avessero capito il loro destino: non vogliono essere impiccati così non vogliono nemmeno provare ad entrare nelle case o fermare la gente per la strada. Allo stesso modo il vecchio Governo aveva in mente ampi progetti di riassetti stradali e nuove urbanizzazioni ma non ha mai realizzato nulla lasciando sempre tutto in sospeso poiché doveva affrontare la guerra; ora invece che c’è una tregua, c’è anche una ripresa di opere. Purtroppo in questi giorni si registra un durissimo messaggio dal Governo dei Talebani che ha introdotto il divieto a tempo indeterminato dell’accesso all’Università a tutte le donne afghane, da tempo già escluse dalla maggior parte delle scuole secondarie. Non solo: sono state vietate tutte le attività in cui le donne operavano, come in farmacia, in sartoria, nei corsi di lingua straniera.

Il sogno, l’attesa continua. Ora vorrei tornare a un altro mio grande sogno: aprire una scuola a Herat, progetto che mi era venuto in mente quando avevo finito i miei studi universitari a Venezia e iniziavo a capire il valore dell’istruzione e di una buona educazione. Nel 2021 ho comperato un pezzo di terra per costruire questa scuola tanto desiderata, ma era proprio in quel momento che il governo del paese fu rovesciato. Ora sono rientrato a Herat e vedo che, dove ho comperato la terra, tutta l’area è in discussione. Ci si chiede se il primo proprietario, che ha venduto a immigrati da altri stati, era in regola o meno. Non c’è ancora la certezza che la gente potrà vivere qui, nelle proprie case, o che tutte le case verranno distrutte e l’area sarà data allo Stato. In questo caso non mi resta che aspettare e vedere se questo governo potrà continuare a governare o se un domani, con un cambio del regime iraniano, avverrà un nuovo rovesciamento pure qui. Perciò non si può finanziare o progettare qualcosa a lungo termine, è dispendioso quando un paese ancora non vede riconosciuto il suo governo dalla comunità internazionale e i paesi confinanti sono in decadimento, penso alla moneta pakistana e alla moneta iraniana che hanno perso ampiamente valore; in questo modo anche i finanziatori perdono la fiducia. Io penso sempre che in Afghanistan debbano esserci una buona istruzione, educazione e rispetto per le varie etnie.

Una nuova tappa. Ancora una volta lascio il paese con nuovi pensieri che si sommano a quelli che ho raccolto sin dalla fine del 2012, quando per la prima volta rientravo in Afghanistan. Ora cammino verso l’Iran, la prima cosa che esce dai miei occhi sono le lacrime, come quelle di un neonato appena uscito dal grembo materno. Non so per quanti giorni non potrò parlare e sentirmi con i miei cari sparsi per il mondo. Anche questa volta, forse, potrò superare i duri ostacoli del viaggio. Ho guardato con occhio afghano ma questa volta ho pensato in italiano scrivendo per il popolo afghano. Così il mio viaggio termina, scrivendo e ricevendo lettere dai miei cari amici e care amiche dell’Italia. In una di queste un’amica mi ha toccato il cuore con dolcezza: “Si percepiscono tutte le onde emotive, spesso contrastanti, che stai vivendo e poi sono resoconti importantissimi che in tv non ti raccontano o ti raccontano poco e per pochi. Quante cose, quante idee mi si affollano nella mente, caro Gholam! Guardo quel Paese, il tuo Paese, attraverso i tuoi occhi e mi sembra di camminare con te. Grazie! Ti auguro di trovare lì quello che cerchi, dentro e fuori di te. Ricordati sempre di salvaguardare il tuo corpo e la tua anima, sei afghano ma sei anche italiano, e sei un reporter, intelligente e sensibile, e abbiamo estremamente bisogno del tuo lavoro e della tua voce”.