• on Ottobre 22, 2022

A Gonars, dove le porte di casa e del cuore si spalancano

Un cortile, una grande casa di tre piani e alcuni edifici adibiti a cucina che delimitano il grande parco retrostante: d’estate come d’inverno, questi luoghi si riempiono di bambini e ragazzi. Si presenta così l’oratorio di Gonars, un paesino con meno di tremila abitanti in provincia e diocesi di Udine. Questi luoghi, assieme alla chiesa vicina, sono il ‘cuore’ che irrora di vita la locale comunità cristiana, una vita i cui palpiti superano anche il vicino – più di quanto si possa immaginare – confine con il grande mondo slavo. Come in un grande corpo, dai suoi capillari sparsi fino in Ucraina la vita ha iniziato a fluire a Gonars proprio nel momento in cui là a est hanno iniziato a piovere le bombe dell’invasione russa. Un filo rosso – come il sangue, ma anche come l’amore – unisce Gonars a Irpin, nell’hinterland di Kiev.

Era il mattino del fatidico 24 febbraio quando, sotto i primi terribili boati, Vitàli e Galina, con il figlio disabile Artèm, hanno iniziato una perigliosa fuga verso ovest. Dove andare? È stato il destino – o meglio: la Provvidenza – a prendere in mano quel filo rosso per intesserlo con le pacifiche vicende del paesino del Friuli centrale. Nel loro viaggio verso ovest, Vitàli e la famiglia hanno raggiunto l’Italia dove, tramite l’Associazione ‘Comunità Papa Giovanni XXIII’, sono approdati proprio a Gonars. Il piano terra di quella grande casa, abitata dal solo parroco don Michele Zanon, ben si prestava ad aprire le porte a una famiglia con un ragazzo in sedia a rotelle. “Siamo cristiani, no? – afferma con spontaneità il parroco di Gonars, don Zanon – E allora dobbiamo trovare lo spazio per tutti”. Da quel confine così vicino, presto sono arrivati Natasha, giovane mamma di Anastasia e Dasha; Lilia, mamma di Diana e Anna; Elèna con la figlia Alessia. Evidentemente anche le loro vicende erano intrecciate dal medesimo filo rosso, un navigatore che li ha guidati a loro volta fino a Gonars, da Artèm e i genitori. Undici persone in tutto, una nuova ‘famiglia’ per don Michele e per l’intera comunità di Gonars. La speranza, per tutti loro, è una sola: “Tornare a casa”. Nel frattempo il filo rosso li ha condotti a questa, di casa, a pochi chilometri da Udine.

È un omone di quasi due metri, don Michele, un ‘gigante buono’ che si incontra tanto facilmente sul sagrato della chiesa quanto in sella alla sua motocicletta. È parroco di ben nove piccole parrocchie del Friuli, tra le quali il centro principale è proprio Gonars. A proposito di quel filo di colore rosso sangue, il DNA di don Michele è intriso di solidarietà: fin dai tempi del seminario, infatti, quel ragazzone conciliava lo studio teologico con il volontariato in una comunità di persone diversamente abili. Inoltre, la passione per le due ruote, unita a una brillante intuizione pastorale, ha portato don Michele a creare il gruppo dei ‘Cavalieri delle nubi’, bikers che si ritrovano periodicamente per il classico giro in moto e per un meno canonico – ma ben più profondo – gesto di solidarietà a favore delle missioni in Togo e in Costa d’Avorio. E, dallo scoppio della guerra, anche in Ucraina: a fine agosto, infatti, don Michele e alcuni volontari si sono recati a Leopoli per portare gli aiuti delle sue nove comunità a un orfanotrofio della città.

Eppure nessun filo è privo di una matassa: quello che lega don Michele all’Ucraina è strettamente annodato a ciascuna delle sue nove comunità parrocchiali. “Fin dall’inizio, quando si è sparsa la voce che in canonica a Gonars erano ospitati dei profughi ucraini, è scattata la gara di solidarietà nelle comunità”, spiega il sacerdote. C’è chi offre medicinali, denaro, giocattoli e persino biciclette. Anche in questo caso è una questione di DNA: le comunità di questo lembo di Friuli, infatti, da secoli sono segnate da dolorose vicende belliche. Ultima, solo in ordine di tempo, è stata la seconda guerra mondiale, durante la quale alle porte di Gonars il regime fascista costruì un campo di concentramento adibito alla detenzione e allo smistamento di prigionieri politici. Giunto a ospitare fino a 6.000 detenuti, il campo fu smantellato al termine del conflitto. “Con i mattoni delle baracche del campo di concentramento – ci tiene a sottolineare don Michele – gli abitanti di Gonars hanno costruito l’asilo parrocchiale. Qui la comunità sa cosa significa passare dalla morte alla vita”. Una vita che continua a fluire nella grande casa canonica e nell’adiacente oratorio e che, da quel ‘cuore pulsante’ di fede e di accoglienza, non smette di irrorare le comunità che vi gravitano attorno. E chi, tra quelle case, trova rifugio.